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Alcool droghe e gioco patologico

Dipendenze - Bigarelli: “Costante rapporto con le Comunità terapeutiche”

Le dipendenze da sostanze come l’alcool, le droghe e il tabacco, ma anche le dipendenze comportamentali (gioco d’azzardo, cibo, internet e nuove tecnologie, doping) sono importanti fattori di rischio per la salute pubblica e lo diventano ancora di più in una situazione particolare come quella correlata alla pandemia da Covid-19, che prevede un periodo di grandi chiusure e di forzata permanenza a casa. Come spiega Massimo Bigarelli, direttore del Servizio Dipendenze Patologiche Area Nord.

 

di Maria Silvia Cabri

Alcool droghe e gioco patologico

 

Dottore come sono stati questi mesi?

Complicati, sotto molti punti di vista. Ottemperando alle norme anti-Covid c’è stata una riduzione del 10% delle nostre performance rispetto alla media, ma, cosa essenziale, non abbiamo mai chiuso.

 

C’è stato un aumento degli accessi al SerT?

Su Carpi, a livello di tossicodipendenze, in media visitiamo 200 persone l’anno; in questi mesi di emergenza sanitaria abbiamo registrato 12/13 nuovi arrivi.

Come giudica questo incremento?

Durante il lockdown si sono presentati casi “complicati”, caratterizzati da una pluralità di dipendenze: aumento dell’uso di psicofarmaci, del ricorso all’alcool, e incremento del gioco patologico on line, il solo rimasto accessibile dopo che le sale slot sono state chiuse per decreto. Dunque i casi che si sono presentati al SerT erano un mix di queste tre dipendenze.

Come avete operato?

Instaurando una rete importate che ha visto e vede coinvolti una pluralità di soggetti, dai Servizi sociali, alla Psichiatria, alla Poliaccoglienza zia locale e alle altre forze dell’ordine. Con la stessa Diocesi e le singole parrocchie si è compiuto un lavoro di rete, che io reputo un’autentica ricchezza. Sotto questo aspetto, in pieno lockdown, è stato realizzato a livello di Unione Terre d’Argine un Tavolo/Accordo pilota per quanto riguarda gli inserimenti lavorativi, che contempla Ausl, Comuni, Psichiatria, SerT, ex Ufficio di collocamento. Al centro ci sono le persone che si trovano in una condizione di difficoltà abitativa, lavorativa, e per le quali viene stilato un progetto personalizzato e individualizzato che poi viene sottoscritto dall’utente stesso come presa di consapevolezza della situazione che verrà poi sottoposta a costante monitoraggio.

Alla base di questi “casi particolari” cosa ravvisa?

Il lockdown ha fatto emergere alcune condizioni: una maggiore solitudine, disperazione, un impoverimento della rete dei contatti, dell’entourage socioambientale della persona stessa. Noi al SerT lavoriamo sulle relazioni: la stessa dipendenza è una relazione sia pure patologica. Queste relazioni, necessariamente impoverite dal quadro normativo anti-Covid, hanno improvvisamente fatto perdere le amicizie, le frequentazioni dei circoli sociali, esasperando una solitudine ed esacerbando queste fragilità.

Qual è stato il vostro approccio in tempo di pandemia?

Ci siamo affidati alla tecnologia per mantenere i contatti: telefonate quasi ogni giorno, videochiamate, metodologia prima inimmaginabile. Questo ci ha permesso di mantenere il contatto pressoché quotidiano con gli utenti, cui abbiamo aggiunto una maggiore attenzione ai piccoli segnali, come ad esempio il ritardare nell’assumere la terapia. In questo modo il blocco degli utenti è rimasto sostanzialmente inalterato: ci sono stati i casi nuovi ma soprattutto non abbiamo perso persone che poi sarebbe stato molto difficile recuperare.

 

Come giudica questo tipo di approccio?

Ci ha permesso di mantenere una relazione signifi cativa con persone problematiche in un momento storico eccezionale: il poter radicare in queste persone il convincimento che noi comunque esistevamo ancora e che potevano in qualche modo trovarci, vederci, raggiungerci, anche se ci vedevamo poco fisicamente, era già di per sé terapia, era garantire un punto di riferimento. Ora continuiamo a mantenere la situazione monitorata: dopo la vaccinazione degli operatori sanitari e degli anziani, attendiamo quella più collettiva, auspicando a partire dalla categorie più fragili.

Comunità terapeutiche: qual è il vostro rapporto?

Abbiamo una convezione con quattro comunità: Ceis, Angolo, Papa Giovanni XXIII e la Cooperativa sociale Nefesh (Rubiera), e con il centro diurno “Colombarone” di Magreta. Salvo l’interruzione d alcune settimane in pieno lockdown, ad aprile scorso, abbiamo sempre mantenuto i contatti. Più che un “passaggio di testimone”, il nostro è proprio un lavorare insieme. Secondo una normativa regionale del 1999, SerT e Comunità attuano un “sistema di servizi”.

Come funziona?

La prima parte compete al SerT, ossia inquadramento, diagnosi e terapia. Successivamente le persone vengono indirizzate verso le Comunità. E’ anche vero che quest’ultime possono fare in autonomia, iniziando i colloqui, ma resta sempre il confronto con l’ente sanitario. Di solito il periodo di permanenza in un centro è un anno e mezzo, cui si aggiungono alcuni mesi per il rientro dell’utente in società, per garantirne l’inserimento in un contesto lavorativo, cooperativo e abitativa mediante gli appartamenti “protetti”, che garantiscono la presenza di un educatore più volte al giorno.

Lei come valuta il rapporto con le Comunità terapeutiche?

Indispensabile, un passaggio dirimente per l’uscita dalla tossicodipendenza. Quello del SerT è un approccio medico-farmacologico, di terapia, poi è necessario il passaggio in Comunità dove la persona impara “a stare al mondo”, a rapportarsi con gli altri, a svolgere un lavoro, approfondendo il rapporto con se stessa. Spesso all’origine di questa dipendenza da sostanze, ci sono famiglie problematiche: la Comunità aiuta a ritrovare la dimensione umana e umanitaria, in un ambiente dove esistono regole e valori.

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