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«Di questo voi siete testimoni»

Commento al Vangelo di don Carlo Bellini - Domenica 18 Aprile 2021

«Di questo voi siete testimoni»

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 24,35-48)

In quel tempo, [i due discepoli che erano ritornati da Èmmaus] narravano [agli Undici e a quelli che erano con loro] ciò che era accaduto lungo la via e come avevano riconosciuto [Gesù] nello spezzare il pane. Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona stette in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma. Ma egli disse loro: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate (…)».

Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi. (…) Poi disse: «Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture e disse loro: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni».

 

Commento

Nel vangelo di questa domenica continuiamo ad ascoltare i racconti delle apparizioni di Gesù. Il brano di oggi segue il racconto dei discepoli di Emmaus e conclude il vangelo di Luca (precisamente ci sono ancora quattro versetti, 49-52, con una breve descrizione dell’ascensione di Gesù). Molti elementi della descrizione del risorto sono comuni al vangelo della scorsa domenica e in generale ai racconti di apparizione. In questo caso è chiaro che i discepoli, pur avendo sentito parlare della resurrezione, stentano a riconoscere Gesù e sono spaventati perché lo temono un fantasma. Gesù per convincerli offre spontaneamente ciò che Tommaso aveva chiesto: mostra le mani e i piedi, offre il corpo perché sia toccato. In questo caso tuttavia non sono esplicitamente citate le ferite. Poi come ulteriore prova chiede da mangiare e davanti a loro mangia del pesce. Uno spirito non potrebbe mangiare.

Gesù vuole fugare ogni dubbio sulla sua realtà, «sono proprio io», e in particolare sul suo essere corporeo. Dobbiamo ascoltare attentamente lo sforzo di questi racconti di mostrare che Gesù non è uno spirito ma è risorto con il suo vero corpo. Cosa ci dice allora il corpo del risorto? Ci dice che la resurrezione nella quale crediamo è anche per noi resurrezione con il corpo, cioè che tutta la nostra esistenza è salvata, non solo una sua parte spirituale. Tutta è salvata perché tutta è importante. Incontriamo qui un aspetto caratteristico e bello del cristianesimo, cioè il valore dato al mondo materiale o meglio alla creazione. Il nostro mondo è fatto di materia che plasma esseri inanimati, animati e l’uomo, e tutto proviene dalla parola creatrice di Dio. La creazione non è un palcoscenico sul quale rappresentare il dramma della storia umana ma essa stessa è parte del dono di Dio. Tutta è una cosa bella e in particolare l’uomo col suo corpo di carne; tutta intera è salvata dal Signore. Credere nella resurrezione del corpo vuol dire essere radicati nel mondo e vedere come la pesantezza della materia può essere redenta senza essere disprezzata.

Carne e ossa: questo modo di dire biblico deriva da «carne della mia carne e osso delle mie ossa» di Gn 2,23 e sottolinea la condivisione di una piena umanità. È usato anche per descrivere rapporti di parentela (2 Sam 5,1; 19,12-13; 1 Cr 11,1).

La resurrezione non è alienazione, non ci dice che l’importante viene dopo, ma che tutto il bello che c’è qui non può finire. Chi crede nella resurrezione dunque non trascura le cose del mondo, ma al contrario impara un atteggiamento di devozione e cura nei confronti di tutte le realtà terrene. Il risorto ci rimanda sulla terra per vivere da risorti. Fa parte di questo il leggere e rileggere le scritture a partire dal Risorto per trovarvi la presenza di Gesù e il senso della nostra vita. Nello stesso spirito il compito della chiesa è l’annuncio della buona novella con la testimonianza della vita. Con la concretezza di uomini che vivono da risorti, dando valore al mondo anche quando questo può portare al sacrificio della vita. Il martire muore non perché disprezza il mondo ma perché non può vivere senza ciò che gli dà valore.

Risorgere: in greco anistemi. Troviamo in questo brano uno dei verbi più usati per indicare la resurrezione. Il suo significato originario è “alzare”, “stare in piedi”, “rialzarsi” ed è usato anche nel tradizionale saluto di pasqua ortodosso “Christos anesti” cioè “Cristo è risorto”, al quale si risponde “alithos anesti” cioè “davvero è risorto”.

Il brano di oggi, assieme al racconto dei discepoli di Emmaus, è la testimonianza della convinzione delle prime comunità di cristiani che il Risorto era presente in mezzo a loro, in particolare nel loro prendere i pasti in comune, durante i quali si spezzava il pane come Gesù aveva insegnato e si leggevano le Scritture interpretandole alla luce delle sue parole. La stessa pratica rimane anche per noi un luogo privilegiato della presenza e riconoscimento del Signore risorto. Notiamo la caratteristica Lucana che le apparizioni avvengono a Gerusalemme e Gesù comanda di non muoversi dalla città: da Gerusalemme partirà la vita missionaria della Chiesa e l’annuncio a tutti i popoli fino agli estremi confini della terra, di cui parlano gli Atti degli Apostoli, che leggiamo nel tempo di Pasqua.

Testimoni: in greco martyres. Gli apostoli sono testimoni di ciò che hanno visto cioè Gesù risorto. Lo annunciano a tutto il mondo con la loro parola e la loro vita rimanendo fedeli fino al martirio.

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