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«Io sono il pane della vita»

Commento al Vangelo di don Carlo Bellini - Domenica 1 Agosto 2021

«Io sono il pane della vita»

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 6,24-35)

In quel tempo, quando la folla vide che Gesù non era più là e nemmeno i suoi discepoli, salì sulle barche e si diresse alla volta di Cafàrnao alla ricerca di Gesù. Lo trovarono di là dal mare e gli dissero: «Rabbì, quando sei venuto qua?». Gesù rispose loro: «In verità, in verità io vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà. (…)». (…) Allora gli dissero: «Quale segno tu compi perché vediamo e ti crediamo? Quale opera fai? I nostri padri hanno mangiato la manna nel deserto, come sta scritto: “Diede loro da mangiare un pane dal cielo”». Rispose loro Gesù: «In verità, in verità io vi dico: non è Mosè che vi ha dato il pane dal cielo, ma è il Padre mio che vi dà il pane dal cielo, quello vero. Infatti il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo». Allora gli dissero: «Signore, dacci sempre questo pane». Gesù rispose loro: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!».

Commento

Continuiamo questa domenica la lettura del capitolo 6 del vangelo di Giovanni. Dopo la moltiplicazione dei pani e dei pesci e l’attraversata del lago durante la quale Gesù raggiunge i suoi camminando sulle acque, ora siamo a Cafarnao e la folla che finalmente ha ritrovato Gesù può dialogare con lui.

Inizia Gesù facendo notare provocatoriamente che la gente lo cerca perché ha frainteso il segno dei pani. Cioè non ha capito che era propriamente un segno e non una dimostrazione di potenza e di capacità di risolvere i bisogni alimentari del popolo. Gesù prova a rilanciare una corretta interpretazione dell’evento, invitando a preoccuparsi del cibo che dà la vita eterna. L’attenzione si sposta su un altro piano, dove si giocano altri bisogni e desideri dell’uomo e dove la parola cibo e nutrimento ha un valore più ampio e fondamentale. Già qui Gesù afferma con parole un po’ enigmatiche che c’è un cibo particolare che è un dono del Figlio dell’Uomo.

Rimane dunque confermata la prospettiva della gratuità e del dono, che gli uomini avevano inteso nel miracolo; la soluzione delle questioni dell’uomo è nell’aprirsi a un dono, non nel faticare per accaparrarsi cibo o salvezza o vita. Gli interlocutori capiscono questo passaggio e coerentemente chiedono a Gesù quali sono le opere di Dio. La questione è ora la classica domanda che tante volte è rivolta a Gesù: cosa devo fare per avere la vita eterna?

L’interprete Gesù: gli interlocutori di Gesù citano il versetto «Pane dal cielo diede loro da mangiare» (Sal 78,24). Gesù lo interpreta attualizzandolo. Al posto del soggetto implicito Mosè, introduce il Padre mio. Legge il verbo dare non al passato ma al presente, il dono del pane è oggi. Infine, considera come destinatari non gli uomini del tempo dell’esodo ma i suoi interlocutori.

Lo sfondo è il tema della legge e delle opere della legge gradite a Dio. Notiamo che la folla è restia ad accogliere il tema del dono e rimane su un livello di doverosità, morale e religiosa. Cosa dobbiamo fare per compiere le opere di Dio? La risposta di Gesù sposta ancora il piano della riflessione. Non le opere, al plurale, ma l’unica opera di Dio è credere in colui che ha mandato. Cerchiamo di capire bene la risposta. Questa opera non è un nuovo dovere da compiere, fosse anche il più importante.

Credere è avere fede, entrare in una relazione di fiducia con Gesù e il Padre che lo ha mandato. Non si tratta di prestazioni morali o religiose ma di un’apertura del cuore ad entrare in una relazione vivificante. Riprendendo un’immagine della moltiplicazione dei pani, basta sedersi sull’erba verde con un atteggiamento di fiducia. Ecco che allora riemerge consapevolmente la questione del segno, che prima non era stata colta dalla folla. Le parole di Gesù, rettamente comprese, sono una novità e allora la folla chiede un segno di credibilità, che per restare in tema è del tipo della manna. Mosè aveva fatto arrivare la manna nel deserto e questo era segno dell’autorità di Mosè e del suo legame con Dio. La manna nel tempo era stata anche interpretata come la Parola di Dio data agli uomini.

Dunque, la novità delle parole di Gesù richiede un segno paragonabile alla manna di Mosè. Gesù sta al gioco e riformulando la richiesta dice che il vero Mosè è suo Padre, il pane è lui stesso disceso dal cielo per nutrire il mondo con la sua vita. Il vangelo di questa domenica termina con l’autorivelazione di Gesù che dice «io sono il pane di vita». Con un procedimento tipicamente giovanneo il testo ci conduce da un fraintendimento iniziale, attraverso successivi approfondimenti, fino ad una rivelazione di chi è Gesù. Lasciamoci trasportare da questo testo fino a scoprire che forse anche per noi è un’inaudita novità il fatto che il nostro desiderio più profondo si incontra con una vita donata gratuitamente.

Pane vero: l’aggettivo alethinos significa vero, autentico ed esprime la differenza tra il pane di Mosè e quello che dona Gesù.

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