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«Ma voi, chi dite che io sia?»

Commento al Vangelo di don Carlo Bellini - Domenica 12 Settembre 2021

«Ma voi, chi dite che io sia?»

Dal Vangelo secondo Marco (Mc 8,27-35)

In quel tempo, Gesù partì con i suoi discepoli verso i villaggi intorno a Cesarèa di Filippo, e per la strada interrogava i suoi discepoli dicendo: «La gente, chi dice che io sia?». Ed essi gli risposero: «Giovanni il Battista; altri dicono Elìa e altri uno dei profeti». Ed egli domandava loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Pietro gli rispose: «Tu sei il Cristo». E ordinò loro severamente di non parlare di lui ad alcuno. E cominciò a insegnare loro che il Figlio dell’uomo doveva soffrire molto, ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e, dopo tre giorni, risorgere. Faceva questo discorso apertamente. Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo. Ma egli, voltatosi e guardando i suoi discepoli, rimproverò Pietro e disse: «Va’ dietro a me, Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini». (…)

 

Commento

In questo bellissimo brano incontriamo una delle pagine centrali del vangelo di Marco. Gesù ha già compiuto la prima parte della sua missione, ha predicato alle folle, ha fatto miracoli ed esorcismi, ha moltiplicato i pani e ora quasi si prende un momento di pausa per verificare il risultato della sua missione.

L’episodio è ambientato a Cesarea di Filippo, un villaggio nell’estremo Nord della Palestina, ai piedi del monte Ermon in una zona verde e ricca di acqua, dove si trovano anche le sorgenti del Giordano. Da qui inizia un viaggio che porterà Gesù a Gerusalemme e che noi seguiremo nei vangeli domenicali fino alla fine di ottobre. Il tema del viaggio nel vangelo di Marco ha un’importanza fondamentale, il camminare di Gesù mostra fisicamente la presenza di Dio tra gli uomini e descrive il cristianesimo come una via da percorrere dietro il maestro. In una pausa del cammino è ambientato il brano di oggi, in una fresca regione alle pendici dell’Ermon, dove Gesù rimanendo da solo con i discepoli chiede che idea si sia fatta la gente di lui.

La risposta è che sostanzialmente lo considerano un profeta, dunque un uomo di Dio. Ma a Gesù interessa soprattutto il pensiero dei discepoli: che cosa hanno capito quelli che gli stanno più vicino, i suoi amici? Tante volte nel vangelo la gente si chiede chi è Gesù ma ora è lui stesso che fa la domanda. L’interrogativo di Gesù ha attraversato i secoli e arriva fino a noi con una forza che ci interpella. Il racconto della vita di Gesù chiede di prendere posizione, prima di tutto tra le tante interpretazioni della figura del predicatore di Nazareth. Era un uomo buono, un genio, un rivoluzionario, un santo, un profeta, il Figlio di Dio? Tra i tanti modi di pensare la figura di Gesù qual è il nostro?

La questione non è solo di conoscere e comprendere le parole giuste della dottrina cristiana ma di chiedersi come Gesù parla alle parti più vitali della nostra esistenza. Pietro risponde bene che Gesù è il Cristo, il Messia, colui che tutti stavano aspettando per portare salvezza, ma questo riconoscimento nasce non dalla cultura teologica di Pietro ma dal fatto che ha lasciato che la sua vita fosse affascinata e sconvolta da quell’uomo. Che grande fortuna è anche per noi poter dire: tu sei il mio salvatore. Questa interiore certezza non è frutto delle nostre riflessioni e della nostra buona volontà ma dono dello Spirito.

Nel brano del vangelo di Matteo parallelo a questo Gesù commenta: «beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli» (Mt 16,17). Nei versetti che seguono Gesù si confida con i discepoli rivelando il suo futuro; comincia a parlare apertamente della sua morte e resurre- zione e a far capire che la sua fedeltà andrà incontro alla sofferenza e che questa è la via giusta da percorrere. Gesù sarà rifiutato, scartato e il verbo usato (apodokimasthenai) rimanda direttamente al salmo 118: «la pietra scartata dai costruttori è diventata la pietra d’angolo » (Sal 118,22).

Conoscere Gesù non è primariamente questione di parole ma stare con lui e non tremare di fronte all’esperienza di essere scartato; con la sua reazione Pietro mostra di non essere pronto a seguire la via che Gesù sta indicando. Noi possiamo ascoltare questo brano del vangelo come una sfida e un aiuto per approfondire la nostra coscienza cristiana. È importante che lasciamo che il Signore allarghi la nostra prospettiva sulla vita e su di Lui. In ogni età dobbiamo essere disposti a crescere e a farci sorprendere da nuove prospettive che si aprono. In particolare il tema della sofferenza è da noi potentemente censurato.

Il «pensiero secondo gli uomini» non contempla facilmente il passaggio attraverso la sofferenza né per noi né per il nostro Salvatore. Per questo Gesù raduna la folla e i discepoli per un fondamentale insegnamento sul discepolato. Sono parole famose e difficili: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà». Questa è la vera sfida della nostra vita e la via per comprendere la bellezza del cristianesimo.

Rinnegare se stessi: il verbo greco aparneomai è usato per indicare l’atto di apostasia, in Marco sarà usato anche per il rinnegamento di Pietro. Nel testo di oggi non significa disprezzo di sé, stimarsi poco e nemmeno è l’invito a una dura vita ascetica. Il cristianesimo parte da una positiva accettazione di se stessi. Rinnegarsi vuol dire non assolutizzare il proprio io ma uscire da sé per entrare in relazione con Dio e gli uomini.

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