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Bisogna partire dai fatti per capire cosa dice Dio a questa povera umanità

Bisogna partire dai fatti per capire cosa dice Dio a questa povera umanità

 

Mi capita tra le mani un fascicoletto di cui mi colpisce il titolo: Il terzo uomo. Lo leggo avidamente e mi trovo a riflettere. È un articolo scritto 55 anni fa, un anno dopo la fine del Concilio Vaticano II, da un gesuita, tale François Roustang. Il riferimento al terzo uomo è in realtà una metafora per indicare il nuovo popolo cristiano. Dopo quello dei primi secoli, perseguitato ma anche profondamente tenace nella fedeltà al suo fondatore, era seguito quello dei vari Concili. Da Nicea in poi, quello della dottrina cristiana, forte dei suoi dogmi ma anche di tante luci e tante ombre. Era arrivato infine il Vaticano II il quale aveva deciso che bisognava tornare alle sorgenti da cui era partita la grande avventura cristiana. Il terzo uomo era cominciato lì.

Ed era stato con intuizione profetica che Roustang aveva capito da subito che non tutto il nuovo andava nel verso giusto. Da una parte una frangia si era rifugiata immediatamente nel passato. Lefebvre ne fu la punta di diamante, ma dopo di lui sia pure con minore visibilità, molti altri sarebbero saliti sul carro della nostalgia, convinti che solo con una sostanziale retromarcia si sarebbe salvata la Chiesa. Un percorso non sempre guidato da convincenti argomentazioni. Alcuni cominciarono a credere che il mistero si dovesse esprimere nella forma dei riti antichi girando la schiena al popolo, altri si persero tra pizzi, paramenti e merletti, in una sensibilità estetica che rischiava di esaurire l’importanza dell’opera nella ricercatezza dei costumi.

Un’altra frangia aveva trovato invece aria nuova nella convinzione che finalmente si era liberi dai troppi condizionamenti cui la Chiesa li aveva sottoposti. Perché confessarsi da un uomo, peccatore come me, quando una bella chiacchie- rata a volte risolve meglio i problemi di un rito ripetuto senza convinzione? E poi perché continuare a credere a una Chiesa che, suo malgrado, ha dovuto chiedere perdono per i suoi tanti sbagli? E che dire di celebrazioni sacramentali che ricordano spesso, nella loro abitudinarietà, quasi delle pratiche rituali magiche, più che gesti di fede convinti? Era questo sentire che stava ad indicare il terzo uomo, ossia quel popolo cristiano dove la fede scivolava via lentamente come un terreno franoso, per lasciare il posto alla sociologia, ai sentimenti, all’emotività, all’estetica e ai condizionamenti culturali.

Per salvare il mondo non servivano più ginocchia oranti, ma bastavano le strategie umane, anche quando profumavano di incenso. Ero dentro a questi pensieri nei giorni che ci introducono al Natale. E mi chiedevo: cosa fare? O meglio: da dove partire, per tornare nei binari dai quali siamo usciti? E mi sembra evidente l’urgenza da parte della Chiesa, a partire dalle sue più piccole cellule, come la famiglia, le famiglie religiose, le Diocesi… di porsi una domanda: cosa sta dicendo il Signore a questo tempo? È chiaro che le risposte non possono essere come i vestiti usati, neppure se hanno i bei colori della morale, della teologia o delle passerelle liturgiche. Nessuno va in giro con gli abiti di vent’anni fa, quindi evitiamo di buttare addosso a Dio quelli delle nostre abitudini, per farlo andare fuori tempo.

Ascolto tante omelie. Quando va bene sono dei condensati teologici o riassuntini storici. Quando va male, lasciamo perdere. E così nel brusio delle nostre parole, rischiamo di non sentire più la sua voce, che non cessa di dire cose nuove per fare nuovo il mondo. E cosa dice Dio a questa società che vive l’apocalisse di una pandemia che non molla? Cosa sta dicendo a una società che assiste alla morte in mare di tanti disperati, come se fosse il fatto più normale del mondo? A una cultura che distrugge la famiglia, che procura la morte come atto di civiltà, che fa del male la bandiera della propria libertà? Ascoltare la storia e ascoltare cosa dice Dio a questa storia, è l’unica condizione per uscire dal guado.

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