Venne
Il Settimanale, Masi cho: grazie mille!, Spiritualità
Pubblicato il Dicembre 24, 2021

Venne fra la sua gente…

di don Luca Baraldi

 

 

“Venne fra la sua gente…” Vivendo il mio primo Natale da straniero e migrante in una piccolissima comunità di nativi molto lontana da Carpi, dove la cultura, la lingua, le tradizioni mostrano tutta la ricchezza della natura umana, da un lato e dall’altro la distanza che può esistere fra popoli ed etnie, mi sento particolarmente coinvolto da questa parola attraverso la quale l’evangelista Giovanni descrive la venuta nella carne del Verbo eterno.

Quando ero giovane studente di teologia uno dei nostri docenti, un missionario, faceva spesso riferimento al tema dell’inculturazione. All’epoca lo capivo come il bisogno di adattare il messaggio evangelico alle differenti condizioni storiche, sociali, culturali delle persone a cui esso è annunciato, in quanto portatrici di elementi positivi, i così detti “semi del Verbo”. Considerando le pagine di storia missionaria qui in Canada, specie fra la metà del 1800 e quella del 1900, dove prevaleva l’idea – pur non essendo la sola! – che per essere dei buoni cristiani ed avere opportunità di crescita i nativi dovessero essere assimilati alla cultura ed ai costumi occidentali, questa considerazione è importante.

Ma ora, tentando di vivere in prima persona la “missio ad gentes”, mi accorgo che quella parola non ha solo un significato strategico da applicare in un’azione verso gli altri, in direzione esterna, per così dire. Piuttosto mi pare un processo che domanda di entrare nel profondo di se stessi e di lavorare su quanto di più personale ci definisce: la nostra appartenenza famigliare. In fondo è questo il dinamismo descritto dalle parole del quarto evangelista, che per certi aspetti scandalizza e in ogni caso provoca radicalmente. Nella misura in cui, infatti, egli afferma che il Verbo, “che era presso Dio ed era Dio” si rende presente fra la sua gente, o fra i suoi, come diceva la vecchia traduzione della Bibbia, rivela una scelta ben precisa di Colui che “stabilì i confini delle genti” (Dt 32).

Quella di essere parte della famiglia umana in precise condizioni e coordinate. Troppo spesso, forse, nella tradizione cristiana si è identificato il concetto della perfezione di Dio con quello dell’immobilità dell’essere supremo descritto dal filosofo Aristotele. In realtà è piuttosto questo processo di radicale accoglienza e dinamica messa in gioco di Sè di Dio nello scacchiere di una realtà concreta, fragile, piena di chiaroscuri e contraddizioni, che sta la sua vera e stupefacente perfezione di Dio.

Stando quassù, pertanto, fra i ghiacci che ricoprono ogni cosa e rendono immobili le acque che circondano le comunità disperse fra steppe nordiche, sento forte l’invito a essere “perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste”, lasciando che questa gente sia davvero la mia gente, siano i miei. Credo che questo cammino di conversione missionaria, che ho la chance di vivere, sia allo stesso tempo l’opportunità che il Natale offre anche a chi vive da tutta una vita nello stesso luogo, frequentando più o meno le stesse persone, sentendosi a proprio agio con gli amici di sempre.

Allargare il cerchio di coloro che consideriamo come “la nostra gente”, lasciando che questi “stranieri” entrino in noi, innalzando i loro accampamenti, cantando le loro litanie, suonando i loro tamburi e praticando una cultura che ci scombussola nei tempi e nei modi di fare, credo sia un invito di autentica sinodalità di cui tutti – e tutta la Chiesa nelle sue strutture- abbiamo bisogno per vivere e per rinascere come figli di Dio, immagine di Gesù.

“Venne fra la sua gente”: in questa parola e nelle disponibilità che si porta con sé, mi pare stia la gioia di vivere quel dinamismo di Chiesa in uscita di cui tante volte ha detto e scritto papa Francesco. Un cammino che va ben al di là, almeno mi sembra, del semplice accogliere con un senso di paternalismo e superiorità chi vediamo più debole e fragile di noi, ma che prevede di assumersi la parte del fragile, dell’ultimo arrivato, di chi ha tutto ancora da imparare e scoprire.

Così, mentre auguro a ciascuno di poter, in queste feste del Natale, trovare nuove famigliarità ed appartenenze, con esse auguro possa giungere quello stupore meravigliato dello sguardo dei piccoli che Sta arrivando! andare oltre ogni fatica, rigidità, freddezza. Buon Natale!

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