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Natale 2021: l’omelia del Vescovo Erio nella messa vespertina

Castellucci: “Oggi celebriamo il linguaggio dell’amore, che canta la grandezza di Dio nella carne di un neonato”

Natale 2021: l'omelia del Vescovo Erio nella messa vespertina

 

Questa sera alle ore 18 il Vescovo Erio ha presieduto la celebrazione eucaristica del giorno di Natale nel Duomo di Modena. Di seguito il testo integrale dell’omelia.

È piuttosto distante il linguaggio delle letture di oggi dal clima natalizio del presepe. Ci aspetteremmo il riferimento a una stalla e invece, come abbiamo sentito nella seconda lettura, si parla dell’alto dei cieli; immaginiamo un bimbo avvolto in fasce, mentre il Vangelo di Giovanni si concentra piuttosto sul Verbo eterno di Dio; e al posto del canto dei pastori, che davano un tono umile e terreno alla nascita di Gesù, ci si trasferisce tra gli angeli, per contemplare la gloria di Dio. Dove è finito lo spirito semplice del Natale? Oggi abbiamo sentito parole che lo smarriscono in un mondo lontano dai nostri interessi.

Gli occhi del cuore guardano più in profondità degli occhi del corpo

Eppure, in realtà, queste letture non ci portano fuori o sopra, ma ci guidano dentro il mistero del Natale. Dentro la stalla, infatti, c’è il Dio altissimo che è sceso nelle pieghe della nostra umanità; in quel bimbo fasciato è presente il Verbo eterno, che si è reso minuscolo, raggiungibile, fragile. Il linguaggio solenne della parola di Dio di oggi, che abbonda di termini come pace, salvezza, gloria, maestà, potenza, luce, non è altro che il linguaggio dell’amore. Chi ama vede l’altro in profondità, lo guarda come un dono prezioso, lo loda con parole esagerate ma vere, ne percepisce la preziosità. Per capire il linguaggio dell’amore, pensiamo a come la mamma e il papà guardano il loro bimbo appena nato. Vedono un essere umano di pochi chilogrammi e ne parlano come di un grande dono. Gli occhi del cuore guardano più in profondità degli occhi del corpo. La vista degli affetti è come i raggi x: entra dentro il visibile e coglie ciò che da fuori non si percepisce.

Sulla mangiatoia di Betlemme è steso un neonato, ma Giuseppe e Maria lo ammirano come il Figlio di Dio; si muove, piange e ride come gli altri bimbi, ma i genitori sanno che in lui c’è la presenza dell’Altissimo. Quando il vangelo di Giovanni vede in quella carne il Verbo eterno del Padre e la lettera agli Ebrei vi contempla la maestà e la gloria di Dio, non fanno altro che adottare lo sguardo di chi ama, di chi vede in profondità, di chi supera la corteccia esteriore e arriva al cuore. Oggi celebriamo il linguaggio dell’amore, che canta la grandezza di Dio nella carne di un neonato. Dio è fatto così: noi siamo impressionati dalle apparenze esteriori, dall’imponenza, dalla potenza; Dio no: lui non guarda l’apparenza, lui guarda il cuore, e preferisce nascondersi nelle cose piccole, nei cuori umili, negli esseri fragili. Questo bimbo nato nella stalla – e non in una reggia e nemmeno in una casa – è lo stesso che da adulto porterà il suo sguardo sui piccoli, i poveri, gli umili, i disprezzati, gli emarginati. Quello che sperimenta fin dalla nascita lui stesso – il Dio altissimo calato nel debole corpo di un essere umano – è quello che propone a noi: continuare a vederlo presente nell’affamato, nell’assetato, nell’ammalato, nel carcerato, nello straniero, nel bisognoso.

La fede cristiana continua a scomodare così tanto, quando la testimoniamo davvero

Gesù è un Dio fatto così: e non è per nulla comodo. Se il Verbo fosse rimasto nei cieli, presso Dio, a regolare di lassù l’andamento della vita sulla terra, sarebbe stato molto più agevole anche per noi. Un Dio regista è più comodo di un Dio protagonista: lo avremmo invocato al bisogno, gli avremmo offerto sacrifici per ottenere i suoi benefici o per scongiurare le sue punizioni, come facevano gli antichi. Sarebbe stato, in altre parole, un Dio “a disposizione”. La sua decisione di farsi carne, invece, scomoda.

Forse per questo la fede cristiana continua a scomodare così tanto, quando la testimoniamo davvero: un Signore che occupa uno spazio e un tempo dà fastidio. Un Signore che stringe relazioni, che continua ad essere presente nel suo corpo, disturba. Ma se il suo corpo fisico, venuto alla luce a Betlemme, ha scelto la via della fragilità per rispondere alle attese di grandezza e di potere degli uomini, anche il suo corpo ecclesiale, che siamo noi, vivendo inoltre nelle proprie membra la fragilità del peccato, può rispondere alle attese umane non cercando di imporsi, ma proponendosi umilmente. Se abbiamo fede nella presenza del Verbo fatto carne, sappiamo che il metodo vincente anche oggi non è quello della grandezza esteriore ma quello della prossimità.

 

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