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Il Settimanale, In te ipsum redi, Rubriche
Pubblicato il Gennaio 27, 2022

I frutti veri del dialogo

 

Il dialogo non è mai facile. Soprattutto quando i vari protagonisti non si trovano allo stesso livello – sociale, culturale o gerarchico. La volontà di dialogo suppone che chi si trova in un grado di superiorità non ritenga di sapere già tutto e pensi sia appena un intralcio ascolare chi, in qualche modo, è a lui inferiore. Soprattutto nel caso in cui ci sono decisioni da prendere. Il dialogo richiede capacità di ascoltare e capire il proprio interlocutore, senza attribuirgli pensieri e intenzioni a lui completamente estranei. Purtroppo, molto spesso si ascolta quasi per un dovere di educazione, con la convinzione di sapere già quanto l’altro sta per dire, desiderosi appena di poter prendere la parola al più presto per dare la propria risposta, che già in anticipo si ritiene adeguata e indiscutibile.

A questo punto, il “dialogo” continua appena come sforzo per convincere l’altro della giustezza delle proprie ragioni. Così, però, anche se si raggiunge un accordo, i frutti veri del dialogo – un maggiore coinvolgimento in un progetto comune, un arricchimento reciproco, una maggiore creatività e una vera comunione – diventano impossibili.

La capacità di capire le ragioni di chi dissente da noi è particolarmente importante nella vita della Chiesa, ma non dovrebbe mancare nemmeno nella vita culturale, sociale e politica. Purtroppo, non è così: quando scorro i titoli dei giornali, troppo spesso devo constatare che il pensiero degli avversari è ridotto a semplificazioni ridicole; quando assisto a dibattiti televisivi sono costretto a vedere che molti interventi vogliono appena impedire all’altro di esprimere con chiarezza il proprio pensiero. Potremmo chiederci: perché nei dibattiti tutti parlano così in fretta? La risposta l’ha data Dostoevskij  nel suo romanzo L’adolescente, in riferimento a un suo personaggio, quando dice: “parlava molto in fretta per non essere contraddetto”.

Credo che uno dei compiti più importanti dei cristiani, oggi, sia proprio quello di impegnare le proprie energie umane, intellettuali e spirituali, in un lavoro educativo che aiuti a pensare in modo più libero e critico, contrastando “il pensiero unico” che sta operando tra le masse un vero lavaggio del cervello, e promovendo un dialogo vero, capace di capire e dare risposte a quelle domande che l’uomo d’oggi spesso esprime in modo improprio e anche sbagliato, rispondendo alle quali, però, la nostra fede acquista tutto il suo significato. Anche qui, forse, la morte precede la resurrezione: ossia, prima di poter trasmettere le certezze della fede cristiana dobbiamo sapere mettere in discussione le false certezze, nostre e del mondo che ci avvolge.

Il dialogo è inerente alla natura stessa del nostro conoscere: il processo conoscitivo strutturalmente è dialogo, perché è un continuo formulare domande e cercare risposte. Purtroppo, nella cultura attuale questo dialogo è spesso interrotto, perché alle domande vere ci si rifiuta di dare risposta. La pigrizia, posizioni prese, o interessi ai quali non siamo disposti a rinunciare, ci spingono, come Pilato, a non dare ascolto al nostro interlocutore interiore. Veramente, il dialogo è necessario. Esso, però, tanto quello interiore come quello con gli interlocutori esterni, esige alcune condizioni essenziali: soprattutto, responsabilità, libertà vera e interiore disposizione alla verità. Il dialogo è un dovere che abbiamo nei confronti della verità e nei confronti di noi stessi.

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