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Restare fedeli al Vangelo avendo anche il coraggio della correzione fraterna

Restare fedeli al Vangelo avendo anche il coraggio della correzione fraterna

 

La mia generazione è cresciuta sentendosi dire che i panni sporchi andavano lavati in casa. Era così nella vita ed anche nella Chiesa. Poi, sia pure pian piano, abbiamo scoperto che a nascondere la polvere sotto il tappeto si finisce per imparare a convivere con la sporcizia.

Fu la denuncia che fece il cardinale Ratzinger prima del Conclave, quello che lo portò a diventare Benedetto XVI. Oggi, a dire il vero, assistiamo al fenomeno opposto, ossia alla ricerca morbosa dello scandalo e della sua spettacolarizzazione. Certamente per colpa o a causa di un circo mediatico, al quale non pare vero di mettere alle corde la Chiesa. Ma anche frutto di tanti cattolici, che sembrano sempre più prendere le distanze dal quel mondo al quale appartengono dal giorno del battesimo. Pronti a spartire i successi, pochi a dire la verità, e altrettanto pronti a mettersi sullo scranno dei giudici nell’ora della fatica. E così, passo dopo passo, abbiamo finito per perdere lungo la strada il consiglio evangelico della correzione fraterna, limitandoci a sostare a metà tra la critica feroce e il fregarsene allegramente.

Nei giorni scorsi, due scritti apparsi su Avvenire e su La Civiltà Cattolica, la rivista dei Gesuiti a servizio del Papa, hanno creato qualche malessere a una frangia di cristiani non proprio consenzienti. Se oggi ne parliamo, è soltanto nella logica del confronto e della correzione fraterna che è la sola condizione per far crescere la Chiesa. Ne parleremo così, fuori dai toni critici, ma soprattutto con occhi innocenti che, come suggerisce la parola, in-nocens, ossia che non nuoce, ha l’unico obiettivo di confrontarsi senza voler fare del male.

A far problema nei due pezzi citati, non solo la strana concomitanza, che ha fatto pensare ad una strategia comunicativa precisa, ma soprattutto l’auspicio esplicito che nel prossimo mese di febbraio venga approvata in Parlamento la proposta di legge, discussa nel mese di dicembre, sulla “morte medicalmente assistita”, ossia il suicidio assistito. Sappiamo che il Vangelo ci insegna che l’uomo non è il padrone della vita. E lo sa anche la Chiesa che, proprio per andare incontro alle situazioni più difficili chiede di evitare l’accanimento terapeutico, che serve solo a prolungare sofferenza e condizioni inaccettabili.

Ma la Chiesa sa anche che una grande frangia di cittadini dice di essere indifferente ai dettami evangelici. Ed è proprio nel momento in cui riconosce allo Stato il diritto di fare ciò che vuole che essa è chiamata a conservare la propria diversità. Noi non siamo cristiani perché scivoliamo dentro un laicismo dove si annacqua la nostra identità, adeguandoci al così fan tutti, ma siamo tali perché accettiamo la fatica di essere minoranza che cerca faticosamente di restare fedele al Signore, dove al valore della vita non si rinuncia in nome del male minore.

Si dice che l’approvazione della legge, ci eviterebbe il ricorso a qualche doloroso confronto che potrebbe costituire uno smacco per la Chiesa. Ma di quale smacco parliamo? Dietro le parole c’è la paura che la Chiesa possa essere ulteriormente marginalizzata, a livello di consenso sociale, cioè politico. Ed è dietro a questa paura che si nasconde la ferita più dolorosa degli scritti. Quasi che la Chiesa si dovesse percepire in termini di potere, dimenticando che essa è fatta invece di chiamati, di obbedienti.

Chiamati a un progetto dove è lui che opera, lui che rende fecondo il pizzico di lievito e il granello di senape, simboli dell’apparente insignificanza. Lui che ci dice di gettare le reti nell’impossibile degli uomini, purché le nostre mani e i nostri cuori non si nascondano dietro il politicamente corretto, per trovare modo di fare a meno di lui.

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