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Domande impegnative

Domande impegnative

 

Nel programma televisivo “piazza pulita” del 10 marzo scorso, una insegnante di filosofia lamentava il fatto che nei discorsi sull’argomento quasi unico di questi giorni, ossia la guerra in Ucraina, ci fosse una quasi unanimità e nessuno si ponesse anche qualche domanda. Tentando, poi, di argomentare e difendere la propria posizione, sollevò una tale reazione per cui fu impedita di continuare a parlare.

Ho dovuto constatare una volta in più quanto sia difficile sollevare i problemi con un minimo distacco, facendo tutte le distinzioni utili a capire meglio e sollevando domande chiare, se non altro a scopo educativo. Questo atteggiamento, molto diffuso, porta spesso a conclusioni sbagliate o, per lo meno, a semplificazioni pericolose. Per esempio, il blog di informazione religiosa “ Il sismografo” ha ripetutamente accusato Papa Francesco di non condannare la Russia per l’invasione dell’Ucraina, allo scopo di voler essere intermediario nelle trattative per la soluzione della guerra.

Da parte mia, vorrei mostrare l’importanza delle domande quando si vogliono veramente capire e risolvere i problemi. In un mio articolo sul valore del dubbio, alcuni mesi fa scrivevo: “Nel processo conoscitivo la persona riflette sempre su una conoscenza precedente, rispondendo alle domande che quella conoscenza suscita in lui. La serie di ‘perché’ che il bambino di quattro anni rivolge ai genitori non è un capriccio, ma è l’espressione del dinamismo della nostra intelligenza, che nel bambino è del tutto autentico e privo di inibizioni. Ebbene, tutte le domande sono frutto di un dubbio, ossia di una comprensione incompleta. Il dubbio è fondamentale anche nel dialogo”.

La realtà oggetto di dibattito è sempre molto complessa. Gli slogan che spesso ci tocca ascoltare sono semplificazioni che possono trasmettere l’illusione di una più facile soluzione del problema, ma che di fatto lo complicano. In realtà, più dubitiamo, più abbiamo la possibilità di conoscere, di approfondire, di scorgere una luce nel buio, e di arrivare alla soluzione giusta. Quanto più accettiamo il dubbio, tanto più siamo capaci di ascoltare gli altri, di non chiuderci nelle nostre opinioni e di non considerarci infallibili.

Quanto alla guerra in Ucraina, che tanto ci rattrista e preoccupa, non dubito che sia nata dall’aggressione della Russia e che Putin ne sia il primo responsabile; allo stesso tempo, però, sento dentro di me il bisogno di formulare qualche domanda che non mi lascia in pace. Le principali sono due: 1) Quando si dice che la guerra è una pazzia, ci si riferisce solo alla guerra di aggressione o si include anche la guerra difensiva? In altre parole, per difendersi da una aggressione c’è solo la guerra, oppure si può ricorrere ad altri mezzi? 2) Il diritto di rischiare la propria vita per la libertà può essere esteso al diritto dei pubblici poteri a mettere a rischio la vita dei propri cittadini? In altre parole, non arrendersi prolungando una carneficina è un atto di eroismo o è un “farsi belli” sulla pelle di chi non ha voce? Sono domande alle quali non so bene come rispondere. Però, ritengo che non devono essere eluse.

Mi permetto anche di dire che provo un certo disgusto per l’ipocrisia che si può osservare in tanti discorsi. Quando ci riferiamo alla storia del nostro Occidente, quante parole abbiamo speso per condannare il colonialismo che si è protratto fino agli anni sessanta del secolo scorso? E i 250 anni di schiavismo nelle Americhe quanto spazio occupano nei nostri libri di storia? E più recentemente, quanti governi democratici, soprattutto in latinoamerica, sono stati sostituiti da regimi militari per interferenza degli Stati Uniti? So molto bene che i mali compiuti da una parte non giustificano mali altrettanto gravi compiuti dalla parte avversa. Tuttavia, si tratta di fatti che devono far pensare e giustificano tante domande.

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