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Etica della vita, Il Settimanale, Rubriche
Pubblicato il Aprile 28, 2022

Tutto viene “sbattuto” sul palcoscenico

 

Mi ha fatto molto pensare quello che, qualche giorno fa, ho letto su diversi giornali: il noto Fedez, attraverso i social, comunicava a tutti che è ammalato di cancro. Mi sono sinceramente chiesto il senso di tutto questo. Risponde a un desiderio reale di condividere una notizia pesante? È una modalità comune nell’ambiente dello spettacolo per avere un impatto emotivo sui fans? È una modalità che ha come scopo quella di ricevere aiuti concreti dalle persone che ti conoscono e ti stimano? È la classica spettacolarizzazione di ciò che una persona vive per il puro interesse di essere ricordato e, magari, compatito? Sinceramente non ho una chiara risposta ma credo fortemente che, in generale, il vomitare sempre tutto sul palcoscenico della vita pubblica non sia una scelta che costruisca una persona migliore.

Ci sono cose, argomenti, sensazioni, fatti, che devono rimanere nella sfera del privato perché nella misura in cui si rende pubblica quella data esperienza, in un certo senso si brucia, perde di significato, viene offerta in pasto a una collettività che in realtà non ti ama per quello che sei ma per quello che mostri di essere. A maggior ragione, l’esperienza della malattia e di una malattia seria non può essere divisa tra tutti. Ciò che tu vivi nel cuore, nella mente, nel focolare domestico, credo, debba rimanere tale ed essere condiviso con pochi, con quelli che hanno certe caratteristiche e la caratteristica principale è un amore che non nasce certamente dal successo ma che parte da tanto tempo prima.

Sono convinto che il malato e lo spazio che occupa bruci come il terreno del roveto ardente sotto i piedi di Mosé e quindi bisogna togliersi i calzari dai piedi, occorre essere prudenti, occorre essere ascoltatori profondi di un’esperienza drammatica e questo non lo si può fare attraverso un social. Ognuno è libero di scegliere le modalità che vuole per comunicare qualcosa che gli è proprio ed è importante ma credo che nell’esperienza della malattia sia più conveniente la scelta di pochi interlocutori, che possano veramente condividere con te qualcosa di te perché ti amano nel vero senso della parola e non semplicemente nella forma di una pseudo idolatria.

Non ci resta che educare /2
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