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Apprendimento e alimentazione

Apprendimento e alimentazione

 

Siamo vicini al periodo degli esami e desidero offrire alcune considerazioni che aiutano a comprendere il processo di apprendimento. Ne parlo, mettendolo in rapporto con l’alimentazione. Naturalmente, non è mia intenzione indicare una dieta in grado di favorire l’apprendimento. Ancor meno sono d’accordo con quella pubblicità che vorrebbe farci credere che noi siamo quello che mangiamo. Per me, l’alimentazione in rapporto all’apprendimento è solo una metafora che ci aiuta a comprenderne il processo.

Anche chi non è particolarmente esperto sull’argomento può facilmente indicare i quattro momenti per i quali il cibo deve passare per poter nutrire l’essere vivente: l’ingestione, la digestione, l’assimilazione, l’energia vitale. Ebbene, qualcosa di simile avviene con la conoscenza, cibo della mente.

Come dice la stessa parola apprendimento, imparare implica prendere qualcosa che sta fuori di noi e farlo proprio. Quindi, come nell’alimentazione, anche nell’apprendimento c’è una forma di ingestione. La fonte da cui si prendono le nuove conoscenze può essere la nostra osservazione della realtà, la lettura, l’insegnamento, l’ascolto di informazioni attraverso i media, oppure la conversazione con qualcuno al quale prestiamo fede. Ogni giorno ci sono proposte tante cose. Se il nostro palato (il senso critico) è sufficientemente affinato, siamo in grado di recepirne alcune e rifiutarne altre. E questo è molto importante, perché ci impedisce di riempire la nostra mente di tante cose ingombranti e dispersive.

In ogni caso, qualcosa entra in noi. Dopo un primo momento in cui siamo stati passivi, dobbiamo riprenderci la nostra libertà e diventare attivi: dobbiamo riflettere su quanto abbiamo appreso e analizzarlo; è il momento della digestione. Di fronte a quello che ci è detto, istintivamente ci poniamo una domanda: è vero? Per rispondere lo dobbiamo confrontare con le nostre conoscenze anteriori, utilizzando le capacità proprie della nostra mente, ossia l’intuizione, la capacità di giudicare e il raziocinio. Se la risposta è positiva, la nuova conoscenza è acquisita; in caso contrario, dobbiamo rimetterla in discussione o rivedere qualche nostra conoscenza anteriore.

La nuova conoscenza acquisita aggiunge qualcosa a quello che già sapevamo, ma non può rimanere in noi come elemento a sé stante. Deve essere integrata con tutto quello che costituisce il nostro sapere: occorre una vera assimilazione. Come un cibo mal digerito e non assimilato pesa sullo stomaco e non nutre, così pure le molte conoscenze non ridotte a unità offuscano la mente e la rendono incapace di uno sguardo lucido sulla realtà. Ad arricchirci non è l’erudizione ma la cultura. E la cultura, come disse qualcuno, è ciò che rimane dopo avere dimenticato tutto quello che si è appreso.

Come il cibo assimilato produce calorie che permettono di svolgere attività di ogni tipo, così pure le conoscenze acquisite e assimilate offrono energie e strumenti che permettono di allargare sempre più il campo della conoscenza e consentono alla mente di percorrere con maggior sicurezza il cammino che porta alla verità, suo unico scopo. E questo, per l’uomo, è punto di partenza e criterio fondamentale nelle tante scelte che deve fare per realizzare pienamente se stesso.

I maestri, gli insegnanti, gli educatori dovrebbero tenere presente questa struttura dell’apprendimento. Insegnare non è imbottire la testa dell’alunno con molte belle informazioni. Non è possibile travasare le conoscenze da una mente all’altra. Insegnare è dare all’alunno l’opportunità di fare lo stesso percorso che ha fatto il docente. Un percorso che ha sempre inizio in una domanda. Una domanda che è vera soltanto quando emerge come propria nella mente di chi si appresta a imparare. Anche l’annuncio del Vangelo e la fede di chi l’accoglie devono rispettare questo percorso naturale della mente umana.

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