Il fine e i mezzi
Il Settimanale, In te ipsum redi, Rubriche

Pubblicato il

17 Giugno 2022

Il fine e i mezzi

 

La forza e il potere del conoscere appare in rapporto all’agire; non solo nel senso che nell’agire si realizza qualcosa e la persona stessa si realiza, ma soprattutto perchè ogni agire deve sempre essere illuminato da una conoscenza previa che ne sia la guida. Infatti, quando la pratica non è orientata da una conoscenza adeguata è come un automobile senza pilota: certamente va a sbattere e non raggiungerà mai il suo scopo. E quesa conoscenza deve indicare con precisione due cose ben distinte: il fine da raggiungere e i mezzi con i quali raggiungerlo. Desidero mettere in evidenza questo fatto in rapporto all’educazione.

Il disorientamento in cui si trovano, oggi, soprattutto i giovani, ha una causa abbastanza evidente, della quale si ha poca consapevolezza, per cui non se ne parla quasi mai: l’aver dimenticato che l’esistenza umana necessariamente ha un fine al quale tutto deve convergere. Una delle immagini più belle della vita è il viaggio. Ne abbiamo esempi famosi in tutta la letteratura mondiale. Ora, il viaggio suppone una meta alla quale arrivare. Le varie tappe del percorso da fare trovano senso dal fine che si vuole raggiungere, in rapporto al quale le varie tappe hanno appena valore di mezzo in quanto lo rendono più vicino e ne fanno pregustare la bellezza. Le espressioni “sbandato”, “fuori strada”, “sentirsi perso”, alludono proprio a questa idea.

Una delle cause di questo “sbandamento” è il fatto che nel nostro mondo siamo sommersi da una infinità di mezzi, di cui la pubblicità ci riempie la testa, presentandoceli come fossero il fine stesso della vita. E qui sta l’inganno: tutto ciò che è molteplice e contingente non può essere il fine. Può essere appena un mezzo, che può aiutare a raggiungere il fine (e allora è importante), ma che può anche allontanare o addirittura escludere il fine (e allora è negativo). Il consumismo e le varie forme di idolatria che asserviscono l’uomo (quella del denaro, del potere e del piacere) invischiano la persona in questo errore gravissimo: trasformano semplici mezzi nel fine dell’esistenza. E’ un errore da cui ci si lascia facilmente ingannare perché offre una soddisfazione immediata che la parte inferiore di noi ritiene del tutto appagante. L’inganno si fa presto sentire, e se non si rimane irretiti in una forma di dipendenza, nel migliore dei casi si cercano altre strade ugualmente ingannevoli.

Questo fatto è dovuto a una coscienza di sé insufficiente, incapace di illuminare la strada da prendere. Ma come educare la coscienza? Come possono aiutare gli educatori? Che ruolo ha la famiglia, la scuola, la chiesa, le associazioni? Ho l’impressione che di questo si parli molto poco, limitandosi a lamentarsi. Come insegnante, dicevo spesso che non è sufficiente istruire ma è anche necessario aiutare nella formazione. E la scuola aiuta nella formazione quando insegna realmente a pensare. In che modo? Non travasando dal magazzeno della propria mente le informazioni che si ritiene utili trasferire nelle menti degli alunni. Insegnare e apprendere non si danno in questo modo; e facendo così non si insegna a pensare, ma si riempie (non la mente ma la memoria) di nozioni che rimangono estranee alla mente dell’alunno, il quale si sente obbligato a ritenerle per poterle ripetere all’esame che lo aspetta.

Secondo me, educare significa partire dalle conoscenze e dall’esperienza dell’educando, aiutandolo anzitutto a formulare in modo più profondo le sue domande (e questo suppone capacità di ascolto e di compensione); e, in seguito, aiutandolo a rispondere lui stesso alle domande fatte, servendosi delle immagini e dei concetti che gli sono più familiari. Partendo dall’esperienza concreta e facendo domande adequate, è anche facile far comprendere la differenza tra i tanti mezzi che la vita ci offre e il fine vero che dà senso alla nostra vita.

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