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Il fenomeno delle baby gang: un male da guardare in faccia prima che sia troppo tardi

 

Il fenomeno delle baby gang: un male da guardare in faccia prima che sia troppo tardi

 

Ormai fare i conti con le baby gang non è più fatto episodico. E neppure fenomeno delle grandi concentrazioni urbane. Sappiamo benissimo che sono diffuse anche nei piccoli centri. Magari paesi ad economia agricola, dove penseresti che debba sopravvivere ancora l’aura romantica del film L’albero degli zoccoli, di Ermanno Olmi, Palma d’oro al festival di Cannes del 1978.

Amministratori, parroci, famiglie e cittadini, in generale, sono lì a interrogarsi, a domandarsi come fermare questa pandemia generazionale. Le ricette si sprecano. Chi reclama galera e pugno duro. Chi rinfaccia ai preti che non sanno più gestire oratori capaci di attrazione. Chi i politici per erronee scelte urbanistiche, chi mette in croce i genitori, causa prima del fallimento educativo… Insomma ogni “casa farmaceutica” propone la sua medicina. Ma si finisce per fare quello che si è fatto con il il Covid. Si combattono gli effetti, ma non si è ancora trovato il vaccino che faccia morire quella bestia di virus, che va a spasso libero come un vacanziere di agosto.

L’esperienza ci insegna che, per distruggere un virus, bisogna conoscerlo bene. Da dove viene, come si manifesta, quale la sua struttura organica, con quali sostanze regredisce, ossia tutto quanto ci aiuta a guardarlo in faccia, senza svincolare in diagnosi che servono più a sgravare la coscienza che a trovare soluzioni.

E allora la domanda di partenza si fa obbligatoria: perché gli adolescenti di oggi sono così fragili, prigionieri di se stessi? Il libro di Qohelet, risalente al III secolo avanti Cristo, parlando dell’accumulo di cose, lo definisce vanità. In realtà la parola ebraica usata non corrisponde esattamente a vanità, perché il sostantivo usato è hebel, che potremmo tradurre con il termine nebbia. Sappiamo che la Bibbia non rinnega il valore dei beni e neppure del denaro. Anche Gesù aveva una cassa, per attingere i soldi necessari al gruppo. Poi ha sbagliato a scegliere… l’amministratore delegato, ma quello è un altro discorso.  Semplicemente ci mette in guardia che fondare la felicità sulle cose che provengono dall’esterno è un viaggiare nella nebbia. Il rischio di andare a sbattere è continuo, compreso quello di uscire di strada e finire male.

A questo punto c’è una riflessione che va fatta, a prescindere dal fatto di avere potenziali eredi a rischio baby gang, e riguarda i destini di una società che pretende di fare uomini e donne adulti senza dare loro un “motore”, un’anima. Ragazzi belli come una Ferrari o come una Porsche di ultima generazione, ma senza motore, vuoti di una coscienza che faccia da navigatore alle loro esistenze.

E su questo tema fa capolino anche il vuoto di spiritualità che accompagna la loro crescita. Mi chiedo, a parte la sparuta minoranza di chi porta ancora i ragazzi alla prima confessione e per il tempo limitato della loro preparazione, chi tra gli adolescenti sia stato iniziato o sia educato a fare qualche volta l’esame di coscienza. Senza ovviamente volerli demonizzare, visto che a non farlo siamo, in primis, noi adulti. Dicevano gli antichi che quando cade Dio, cade anche l’uomo. Verità che la cronaca ci consegna con quotidiana ripetitività.

Dovendo fare sintesi di una complessità di cause, mi sembra che la violenza minorile, attinga abbondantemente anche dalla voglia di notorietà, tanto di moda tra le nuove generazioni, come espressione di riuscita nella vita. Notorietà che non vuol dire necessariamente il passaggio da qualche format televisivo. Oggi per sentirsi importanti basta una serie di “like” ai messaggi postati, un Tik Tok capace di far raccolta di “mi piace”. Poi non importa se messaggi e immagini sono quelli violenti di una baby gang. Quando la morale è scomparsa, lo spettacolo vale comunque, a prescindere.

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