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Per don Zeno il vangelo non è una utopia, è da vivere

Per don Zeno il vangelo non è una utopia, è da vivere

 

Ho sentito parlare di don Zeno quando ero ancora bambino. Mio padre ne parlava spesso. Quando era presidente dell’Azione Cattolica di Cibeno, aveva avuto occasione di conoscerlo personalmente. A 10 anni ho visitato Nomadelfia, che aveva appena occupato il campo di Fossoli. Poi ho seguito molto da vicino le vicende che lo hanno costretto a lasciare Carpi e approdare vicino a Grosseto nel terreno donato dalla contessa Pirelli. Negli anni sessanta, quando ero in Brasile, gli ho scritto per dirgli che là avrebbe incontrato molto campo per le sue iniziative. Ho notato che in certi momenti ci aveva pensato. Durante un mio ritorno in Italia sono andato a trovarlo vicino a Grosseto e siamo stati assieme una giornata intera. Secondo me, ciò che ha sempre guidato l’azione di don Zeno era la certezza che il Vangelo non è un’utopia, per cui il credente deve impegnarsi a realizzarlo.

Su don Zeno è stato scritto moltissimo. Suggerisco soprattutto i cinque volumi di Remo Rinaldi. Io l’ho sempre ammirato e, tornato a Carpi dopo aver passato parecchi anni in altri lidi, mi sono chiesto perché un nostro concittadino così illustre fosse molto più discusso che apprezzato. Naturalmente, la nostra diocesi era rimasta segnata dai fatti che avevano costretto Nomadelfia a lasciare il campo di Fossoli; ma era ormai evidente che il giudizio della chiesa sull’esperienza di don Zeno era definitivamente cambiato. Nel 2006, nel venticinquesimo della morte, la Civiltà cattolica dedicò a don Zeno e a Nomadelfia un lungo articolo molto elogiativo. Inoltre, alcuni anni fa la diocesi di Grosseto ha voluto introdurne la causa di beatificazione.

Il nostro nuovo vescovo, Mons Erio Castellucci, riconoscendo l’importanza dei testimoni che ci hanno preceduto, ha inserito nella programmazione pastorale di quest’anno alcune celebrazioni speciali allo scopo di mantenerne viva la memoria. Non possiamo dimenticare che nella prima metà del secolo scorso la nostra diocesi si è distinta a livello nazionale per alcune iniziative e, soprattutto, per alcuni personaggi esemplari. Ricordo appena Mons. Pranzini, Don Armando Benatti, Don Vincenzo Saltini, fratello di Don Zeno, il beato Odoardo Focherini, Mamma Nina. Sono le nostre radici. Hanno attecchito in un terreno che non è più il nostro, ma possono esserci di grande stimolo.

Don Zeno, in particolare, ha ispirato persone e iniziative importanti a livello nazionale e internazionale. Non posso non ricordare l’amicizia e l’ammirazione per don Zeno di padre Turoldo. Remo Rinaldi vi ha dedicato un volume, Don Zeno, Turoldo, Nomadelfia, (EDB, 1997). Nel 1986, padre Turoldo scrisse: “io sono legato, tutto il mio sacerdozio, la parte più giovanile del mio sacerdozio è legata a Nomadelfia”. Quando abitavo lontano da Carpi amavo parlare delle cose belle della nostra città e non tralasciavo mai di accennare a don Zeno e a Nomadelfia: era per me un piacere constatare che quasi tutti ne avevano sentito parlare.

Papa Francesco, visitando la sua tomba, ne ha fatto un elogio che ha seppellito per sempre tante chiacchiere nostrane: “Di fronte alle sofferenze di bambini orfani o segnati dal disagio, don Zeno comprese che l’unico linguaggio che essi comprendevano era quello dell’amore. Pertanto, seppe individuare una peculiare forma di società dove non c’è spazio per l’isolamento o la solitudine, ma vige il principio della collaborazione tra diverse famiglie, dove i membri si riconoscono fratelli nella fede. Così a Nomadelfia, in risposta a una speciale vocazione del Signore, si stabiliscono legami ben più solidi di quelli della parentela. (…) La Legge della fraternità, che caratterizza la vita di Nomadelfia, è stato il sogno e l’obiettivo di tutta l’esistenza di Don Zeno, che desiderava una comunità ispirata al modello delineato negli Atti degli Apostoli: «La moltitudine di coloro che erano diventati credenti avevano un cuore solo e un’anima sola e nessuno considerava sua proprietà quello che gli apparteneva, ma fra loro tutto era comune» (At.4,32). Vi esorto – conclude papa Francesco – a continuare questo stile di vita, confidando nella forza del Vangelo e dello Spirito Santo, mediante la vostra limpida testimonianza cristiana.”

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