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Finirà la guerra fratricida e allora la Russia tornerà ad essere un polmone d’Europa

In Punta di Spillo, la rubrica di Bruno Fasani

Finirà la guerra fratricida e allora la Russia tornerà ad essere un polmone d’Europa

 

Si era nei primi anni del 2000. A guidare l’Italia era il secondo governo Berlusconi, in carica dal 2001 fino al 23 aprile del 2005. Fu durante una visita del Presidente a Verona, che ebbi l’opportunità di intervistarlo. Tra le varie domande che gli sottoposi, due furono le risposte che mi colpirono. Su una di esse mi autocensurai e non la rivelerò mai. Ma non pensate a cose strane. Il cavaliere, non senza una certa dose di ingenua franchezza, si era lasciato andare ad alcune valutazione sui compagni di cordata al governo, giudizi che che avrebbero potuto procurare qualche ammaccatura. E non era giusto che fosse la Chiesa ad esserne lo strumento.

La seconda risposta che mi colpì, partiva da una domanda precisa. Perché il Cavaliere mostrava tanta cordialità nei confronti di Putin, invitandolo ripetutamente nella sua villa in Costa Smeralda? La domanda era banale e maliziosa, sull’onda di un sentire pubblico, che aveva fatto, dei “si dice” e dei luoghi comuni, foraggio mediatico per appetiti grossolani.

Mi stupì e misi nero su bianco l’acutezza dell’analisi. Cito a braccio, in un ricordo nitido e preciso. Nella sostanza, le parole erano queste: dobbiamo tenerci stretta la Russia, perché anch’essa è Europa, e perché sarebbe disastroso se le voltassimo le spalle, consegnandola, di fatto, alla Cina, con tutto le ricadute negative sul piano politico ed economico. Quando uscì l’intervista, ci fu richiesto il testo sia dall’Ambasciata Russa a Roma, sia da testate giornalistiche di varie parti del mondo. Ripenso a quell’intervista e ne colgo, oggi, la portata profetica.

Non so quale sarà il destino di Putin. La sua immagine umana e politica è definitivamente compromessa e giorni non lontani lo consegneranno alla storia come un uomo senza scrupoli, ambizioso e crudele. E non solo per le vicende ucraine o di Ossezia e Crimea. A giudicarlo saranno le nuove generazioni della sua gente, quelle che, nel villaggio globale mediatico, hanno sentito il fascino della democrazia e il profumo della libertà. Non so se il passaggio sarà indolore, ma ci sarà. E non credo neppure che passerà molto tempo perché ciò accada. Perché, dopo la primavera di Gorbaciov, Putin ha soffiato i venti gelidi dell’inverno. Ma non sarà una stagione senza fine, perché già gli scricchiolii lasciano intuire che ritornerà la primavera. Il tempo è più grande dello spazio, come ha scritto papa Francesco, dove lo spazio è quello di questi mesi tristi.

E allora la Russia dovrà tornare nel suo alveo naturale, che è l’Europa, perché essa è Europa. Ossia una identità culturale comune che, fin dai tempi di Carlo Magno, nell’VIII secolo, ha per fondamento la filosofia greca, il diritto romano e la religione giudaico-cristiana. L’Europa non nasce da una identità politico-finanziaria, o dai mercati che l’arricchiscono. Essa, altro non è che la cultura che la ispira. E in questa ispirazione la Russia occupa un posto d’onore. Quando nel XV secolo l’impero ottomano si insediò a Costantinopoli, i cristiani andarono esuli in Russia e là portarono la stessa cultura che si respirava nel resto del Continente.

Passerà Putin. Passerà. E ci vorranno probabilmente tempi lunghi per guarire le ferite e la memoria che le custodisce, ma quelli saranno i tempi della fraternità ritrovata, quando si tornerà a parlare il linguaggio della stessa famiglia, mettendo insieme i fratelli e i cocci delle loro divisioni, che solo la follia fanatica del potere ha voluto momentaneamente compromettere.

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