Per cercare il vero bene serve interiorità e lentezza e il buon uso delle parole
In punta di spillo

Pubblicato il

19 Ottobre 2022

Per cercare il vero bene serve interiorità e lentezza e il buon uso delle parole

In Punta di Spillo, la rubrica di Bruno Fasani.

 

«I pesi mi sono diventati davvero insostenibili. Vi prego di perdonarmi tutti anche per questa dipartita. “Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi”. Anche nell’accettare questo invito mi manca la forza. Non siate tristi, continuate in ciò che era giusto». Queste sono le parole che Alexander Langer scrisse prima di suicidarsi nel giugno 1995, a 49 anni, piegato da un’asma terribile e da una forte depressione. Ma a tradirlo era stata la sua sensibilità, che lo portava a vedere oltre la scorza delle cose.

Altoatesino di Vipiteno, figlio di padre viennese ebreo e madre tirolese, era cresciuto sentendo il profumo del vangelo, nelle scuole dei francescani che aveva frequentato. Pacifista, ecologista (era stato il fondatore dei Verdi italiani, anticipando il grido di allarme per il possibile disastro ambientale) e profondamente convinto che il destino dell’Europa si sarebbe giocato nell’Est, fu quello che oggi, con un termine non del tutto appropriato, chiamiamo “visionario”. Ma dovremmo dire, più propriamente, che egli fu una voce profetica.

È stato un testimone che, per troppa ansia di verità, non ha retto alle prove della vita. Di questa figura complessa e affascinante ad un tempo, sono due le suggestioni sulle quali vorrei fermarmi a riflettere con voi. La prima riguarda la sua ricerca del bene, che diventa un invito a vivere con più lentezza e più in profondità. La sua ansia non veniva soltanto dalla percezione di una nuova cultura digitale avanzante, con i suoi ritmi vertiginosi, dove il presente non è più capace di sedimentare, per diventare storia. Tutto passa, alla velocità di un treno, dove nessun punto che si osserva si trasforma in panorama.

La profondità e la lentezza, che egli rivendicava per il nostro tempo, erano piuttosto quelle dell’interiorità, oggi svuotata e diventata incapace di dare risposte agli interrogativi umani e alle tante crisi del mondo. Chissà cosa direbbe se, a 27 anni dalla morte, dovesse tornare a commentare il presente, segnato, non solo dalla fretta, ma anche dall’idea di forza, aggressività e velocità che ci viene servita dal mondo dello sport, dell’economia, della politica e dagli scenari di guerra da cui siamo lambiti.

Una seconda suggestione ci porta a considerare il valore delle parole. La demagogia spesso ce le consegna svuotate del loro contenuto. Amore, giustizia, misericordia, pace, onestà… non sono solo modi di dire. Diceva Sant’Agostino, nelle Confessioni, che assieme alle parole che amava, penetravano nel suo animo anche le idee che aveva trascurato. Perché le une erano inseparabili dalle altre. Oggi assistiamo ad uno svuotamento delle parole, non più adatte a illuminare, quanto a sequestrare la verità, a nasconderla.

Penso alla guerra che si gioca a non molti chilometri da noi e al gioco di chiacchiere, cui assistiamo ogni giorno. Un gioco ridotto a banalizzare il problema. Mandiamo armi o no? Siamo con Zelensky o con Putin? Per il politicamente corretto è meglio dire una cosa o un’altra, pur pensandola in maniera opposta a quanto si dice? Sappiamo tutti che c’è una verità da salotto, o da Talk Show, e una da dire in pubblico, dove quest’ultima è quasi sempre la forma ipocrita per dire quello che non si pensa.

Nei giorni scorsi, un gruppo di intellettuali ha provato a suggerire una soluzione per la guerra in Ucraina, sulla quale torneremo in una prossima riflessione. Parole assolutamente pensate, capaci di andare incontro alle diverse istanze, per imbastire un processo di pace. Parole che non abbiamo mai sentito dalla politica, forse abituata a slogan senza pensiero. Scriveva Cicerone, poco più che ventenne, «Constato che non è piccola la parte di rovina procurata dagli uomini più bravi a usare le parole».

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