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Una felice sobrietà

Avvento e Laudato si’, per una “conversione integrale” della persona.

Una felice sobrietà

 

di Don Carlo Bellini

Eccoci in avvento, anzi nella parte centrale del periodo di avvento, quella che vola via e ci fa ritrovare in un attimo a Natale senza che ce ne accorgiamo. Allora proviamo a ricollocarci in questo tempo liturgico, a sentirci in avvento, dialogando con la Laudato Si’.

I testi delle liturgie di questi giorni ci presentano spesso Isaia, grande profeta e anche grande poeta. La sua visione sul giorno del Signore che deve venire, sul futuro, si esprime in una poesia che trova nella natura immagini che parlano di sicurezza, di benessere e di pace. Un esempio dalla prima lettura di domenica prossima: «Si rallegrino il deserto e la terra arida, esulti e fiorisca la steppa. Come fiore di narciso fiorisca» (Is 35,1). Riflettiamo: la natura è ancora per noi un deposito di metafore positive? In fondo per noi non sarebbe difficile produrre una poesia, in versi o con immagini, di tutt’altro segno di quella di Isaia, e in realtà lo stiamo facendo, immaginandoci le catastrofi dovute ai cambiamenti climatici (vedi tanti film sul tema).

La natura per noi non è soltanto un repertorio di metafore efficaci ma è diventata un luogo di impegno per l’uomo e una delle più grandi sfide per il futuro. Allora le parole dell’avvento oggi subiscono uno slittamento di significato. La conversione diventa anche conversione ecologica, la pace annunciata è anche pace con la natura. Nel nesso natura-pace noi ritroviamo più di un elemento poetico, sappiamo che la cura della natura influirà sulla pace nel futuro, sulle relazioni tra gli uomini.

L’avvento è un periodo di attesa del dono di Dio e di preparazione delle sue strade. Oggi preparare le strade significa anche impegnarsi in quella conversione integrale che insegna Papa Francesco. “Ricordiamo il modello di San Francesco d’Assisi, per proporre una sana relazione col creato come una dimensione della conversione integrale della persona… I Vescovi dell’Australia hanno saputo esprimere la conversione in termini di riconciliazione con il creato: «Per realizzare questa riconciliazione dobbiamo esaminare le nostre vite e riconoscere in che modo offendiamo la creazione di Dio con le nostre azioni e con la nostra incapacità di agire. Dobbiamo fare l’esperienza di una conversione, di una trasformazione del cuore».” (LS 218).

La conversione è possibile solo per chi ha la pace nel cuore e non ha paura di declinare la sua vita sulla via della sobrietà e del decentramento. “D’altra parte, nessuna persona può maturare in una felice sobrietà se non è in pace con sé stessa. E parte di un’adeguata comprensione della spiritualità consiste nell’allargare la nostra comprensione della pace, che è molto più dell’assenza di guerra. La pace interiore delle persone è molto legata alla cura dell’ecologia e al bene comune, perché, autenticamente vissuta, si riflette in uno stile di vita equilibrato unito a una capacità di stupore che conduce alla profondità della vita” (LS 225).

La pace nel cuore è la chiave di ogni autentica cura per il creato e allora la scena del presepio torna al centro della nostra attenzione. Nei campi di Betlemme ai pastori è annunciata la pace che viene: dono, via, atteggiamento chiave di chi accoglie, si converte e si impegna. Ancora una volta dono divino e compito degli uomini.

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