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La fatica dello stare insieme che conduce silenziosamente allo scontro e alla follia

In Punta di Spillo, una rubrica di Bruno Fasani.

La fatica dello stare insieme che conduce silenziosamente allo scontro e alla follia

 

Era l’inizio degli anni Novanta, quando andai a intervistare il vescovo di Trieste, monsignor Renzo Bellomi, morto prematuramente di lì a qualche tempo. Era un uomo mite e intelligente, amatissimo in quella diocesi complessa, da sempre considerata terra impegnativa per via della diversità di estrazione sociale e provenienza dei suoi abitanti. A un certo punto gli chiesi quale fosse la sua attività preminente come pastore. «Le riunioni condominiali», mi rispose con candore. Lì per lì, fui tentato di considerarla una provocazione. Ma lui, con la pacatezza che lo connotava, mi rispose che quella era diventata occasione primaria per incontrare le persone e cercare di seminare tra loro semi di riconciliazione. «È la gente stessa che mi cerca », ci tenne a precisare. «Quando hanno riunioni condominiali, abitualmente improntate alla rissosità, mi chiedono se posso presiederle io. E io vado, convinto che anche lì si può seminare il vangelo».

Mi tornano alla mente quelle parole, come se le avessi sentite giusto l’altro ieri, mentre la cronaca mi consegna il resoconto della carneficina avvenuta a Roma domenica scorsa, quando una Gluck 45 ha messo fine a tre vite, ferendone altre. Una pistola sottratta al poligono di tiro, che lascia aperti molti interrogativi. Com’è possibile uscire da un poligono senza prima aver restituito l’arma? Anche su questo dovrà fare chiarezza la magistratura, per evitare che si instauri il pressapochismo della buonafede, che è la prima arma di cui si serve l’imponderabile.

Abbiamo assistito alla passerella dei sa tutto, in televisione e sui giornali, quelli delle verità a posteriori, delle accuse alle istituzioni, gli esperti del male di vivere. E forse anche questo potrà tornare utile, se solo avremo l’umiltà e la pazienza di fermarci a pensare alle piccole grandi follie che si nascondono dentro i nostri borghesi palazzi di città, nelle periferie urbane dove, sempre più spesso, si allunga l’ombra dell’indifferenza e dell’ostilità, dentro le contrade disseminate sui monti, quando la troppa vicinanza toglie il senso di privatezza e di intimità, consegnando i fatti degli altri alla cronaca del pettegolezzo.

Disagi diffusi che raccontano, comunque, una crescente difficoltà generalizzata, quella dello stare insieme, dello spartire con gli altri il percorso della vita. Gli psicologi direbbero che tutto questo è riconducibile a un atteggiamento schizoide, che tutti, più o meno, ci portiamo dentro. Alcuni lo mostrano nei toni psichiatrici di atteggiamenti malati, come nel caso di Roma, mentre i più lo nascondono sotto le vesti di una tranquilla normalità. Ma, di fondo, c’è la comune e crescente fatica a stare con gli altri, quella stessa che porta a rifugiarsi, non appena possibile, nelle proprie abitudini e nelle proprie fantasie.

Quando le creature umane hanno inventato la festa, dietro di loro c’era la percezione che solo stando insieme si poteva sperimentare la gioia. Oggi la stessa festa è spesso percepita come una parentesi di distrazione, in attesa di tornare nel privato, per evitare d’essere fagocitati, quasi che la dimensione sociale fosse un pericolo che mette a rischio la propria identità. Ed è così che, non raramente, l’isolamento e la solitudine sembrano preferibili al confronto e alla convivialità. È nelle pieghe di questo sentire che poi fiorisce il disagio, che cresce nelle sue varie sfumature. Perché abbiamo imparato a portare i sassi della luna sulla terra, senza sapere più come vivere bene qui, insieme e riconciliati.

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