Le
In punta di spillo
Pubblicato il Giugno 5, 2024

Le chiese sempre più vuote esigerebbero una riflessione sul significato dell’eucarestia

In punta di spillo, una rubrica di Bruno Fasani

Era il 1971, a Washington, esattamente 53 anni fa. A inaugurare il centro Sviluppo delle Belle Arti era stato chiamato Leonard Bernstein, considerato il secondo direttore d’orchestra più grande di tutti i tempi. Coinvolgendo oltre 200 persone tra musicisti, compositori e coreografi, mise in piedi una Messa Solenne, che alcuni considerarono una rappresentazione blasfema, altri una triste lungimirante profezia. Il tutto perché, durante i momenti in cui si doveva dare lode a Dio per ciò che fa per le creature, donando pace e gioia, si inserivano voci fuori campo che contestavano la credibilità dell’opera di Dio in questo mondo. La rappresentazione si concludeva prima di ricevere l’eucarestia quando, tra urla e provocazioni, il prete abbandonava l’altare, scendeva per unirsi al popolo e, insieme, iniziare la lotta per cambiare il mondo, quello dove Dio si era rivelato assente o aveva fallito.

Probabilmente a ispirare l’opera era la teologia della liberazione che, in quegli anni, vedeva molti preti gettare la tonaca per nella lotta politica a fianco dei regimi comunisti. Ma la rappresentazione si sarebbe rivelata tristemente profetica di quanto stiamo vivendo ai nostri giorni, quando Dio non è negato nella sua esistenza, ma semplicemente sembra diventato inutile. Mi frullavano questi pensieri nel giorno in cui la Chiesa celebra la solennità del Corpo e Sangue di Gesù, il Corpus Domini, per dirla come un tempo.

Sappiamo che il numero di chi si accosta ormai alla Messa e all’eucarestia è diventato così esiguo da confinare i partecipanti dentro a percentuali a una sola cifra, di cui si tende ad attribuirne la colpa soprattutto alle nuove generazioni. Personalmente mi rifiuto di buttare la responsabilità di questa disaffezione sulle spalle dei soli giovani i quali, notoriamente, viaggiano sui binari di chi è venuto prima. I giovani fanno quello che hanno visto fare e hanno sentito dire dai più grandi e non è quindi il caso di scaricare su di loro i sensi di colpa degli adulti. Certamente sono molteplici le cause di quanto sta avvenendo. Si va dall’individualismo delle coscienze, che più che al vangelo si affidano alla ragione, che spesso coincide con il pensiero pilotato di chi istruisce su cosa pensare e su cosa dire. A questo andrebbe aggiunto un crescente scientismo, che ha ridotto Dio a poco più di una superstizione. Mi diceva un ragazzo: se ho mal di gola vado in farmacia, non da San Biagio. E l’amico cui stavo per benedire casa e campi, mi ha chiesto con assoluta e sorridente leggerezza di lasciar perdere, avendo riscontrato che i rimborsi assicurativi per la grandine consentono guadagni molto più significativi del raccolto. A ciò andrebbe aggiunto il diffuso sentire contemporaneo secondo cui il segreto della felicità discenderebbe direttamente dal potere d’acquisto più che da coscienze adeguatamente formate. Mi sono sempre chiesto come una società possa sentirsi a posto, nel momento in cui è ridotta a dare il bonus psicologo per togliere l’angoscia ai ragazzi.

Da tutto ciò, la domanda finale va a interrogare i cristiani per vedere come restituire valore all’eucarestia per ridarle spirito di attrazione. In passato l’accentuazione della presenza reale, con evidente spirito correttivo alla visione luterana e la dimensione morale dell’anima da confessare, per renderla bella per il Signore, hanno probabilmente messo in secondo piano l’alleanza che il Signore ci domanda. Quella di essere suoi complici nell’“amorizzare” il mondo, facendo memoria di quanto Lui ha fatto con parole ed opere, come si dovrebbe imparare ad ogni Messa.

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