Un
In punta di spillo
Pubblicato il Ottobre 2, 2024

Un gigante da far conoscere capace di illuminare il buio di questo nostro tempo

In punta di spillo, una rubrica di Bruno Fasani

Ci sono cristiani che, soltanto per il fatto di non aver ancora raggiunto la gloria degli altari, non ci abbagliano con la luce della loro vita in maniera adeguata. Nei giorni scorsi, sono stato chiamato a tenere una riflessione su De Gasperi cristiano. Ho accettato con una certa riluttanza. Di lui sapevo, a spanne, soprattutto dell’uomo politico. Fondatore della Democrazia cristiana, per otto volte presidente del Consiglio, atlantista convinto ed europeista appassionato, tanto da essere considerato uno dei padri fondatori dell’Europa. Per il resto, a parte la politica e soprattutto per quanto riguardava la sua cifra morale, mi barcamenavo nella vaghezza, ritenendolo un galantuomo. Niente di più o poco più. Di fatto ho scoperto un santo, un gigante cristiano, di una modernità straordinaria, come sempre succede con la santità che, notoriamente, ha i caratteri dell’eternità e quindi sfugge ai condizionamenti temporali.

L a moglie Francesca inginocchiata accanto al suo letto, era il 19 agosto del 1954, che gli chiedeva di dirle un’ultima parola prima di tornare al Signore, rispose semplicemente: “Gesù, Gesù”. Quindi spirò. Ma era stata tutta la sua vita ad essere una relazione d’amore con il Signore. Di lui, don Giulio Delugan, l’amico dei momenti difficili, ha scritto che il cristianesimo di De Gasperi non era una bella facciata per nascondere il vuoto, o un abito da cerimonia, ma qualcosa di intimo, di profondo, incarnato nella sua anima.

Del resto lo si era capito precocemente di quale stoffa era fatto quell’uomo sul quale Dio aveva fatto uno straordinario investimento. Aveva solo 17 anni, nel 1998, quando nel Tirolo di lingua italiana allora sotto l’Austria, Alcide girava paesi e vallate per spiegare l’enciclica Rerum Novarum, con cui papa Leone XIII scendeva in campo per difendere i diritti degli operai. Cosa che fece poi anche in Austria, andando in giro per i bar e le strade a ribadire, anche in lingua tedesca, ciò che il papa voleva far arrivare alla coscienza della povera gente. Oggi parleremmo di una Chiesa in uscita. Profetica e coraggiosa. Si scontrò con anarchici e anticlericali. Fu anche imprigionato a Innsbruck per questa sua attività missionaria. Scriverà nei suoi appunti spirituali. «In noi sentiamo una vocazione verso una perfezione sociale che è la stessa vocazione del nostro spirito. Quello spirito che non ci ha fatti servi, ma figli adottivi di Dio, figli di Dio e fratelli di Cristo».

Anche nella famiglia rivelò una fede che non si esprimeva a scompartimenti stagni, confinandola nei riti o nella morale. A Francesca, sua fidanzata, scriveva: «Francesca, non voglio più essere da solo davanti a Lui. Non sono religioso come dovrei essere, ma la personalità del Cristo vivente mi trascina, mi soggioga, mi solleva come un fanciullo. Vieni, ti voglio con me, voglio che tu mi segua, nella stessa attrazione, dentro un abisso di Luce».

Fatto prigioniero dai fascisti, con uno spillo da balia, aveva scritto sulle pareti alcune delle beatitudini evangeliche. Scoperto, scriverà: «Fui obbligato a cancellarle, ma non si cancella quello che è scritto nel cuore. Esse non mi servivano solo come personale conforto, quanto come riassunto di un programma di vita, che mi aveva imposto di lavorare per l’elevazione degli umili, per la giustizia e i diritti».

A chi si congratulava per i suoi successi, ebbe a dire che il suo unico vanto era aver creduto nella coscienza del popolo italiano. «Sono figlio del popolo e partecipo alla sua tradizione di civiltà cristiana. Attraverso la nostra voce parlano i morti di tutti i secoli». È il fiuto o la fortuna che ti guida, gli chiese un giorno un parlamentare? «È il Signore», rispose lui, senza neppure alzare il capo.

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