Anche la normalità di un festival canoro fa gioco alla politica
In punta di spillo

Pubblicato il

20 Febbraio 2025

Anche la normalità di un festival canoro fa gioco alla politica

In punta di spillo, una rubrica di Bruno Fasani

Brutta bestia la politica quando decide di mettere il naso ovunque e, soprattutto, quando si dimentica la ragione del suo esistere, che sarebbe quella di fare il bene della gente. E brutta bestia il giornalismo, quando per darle una mano, trascura i fatti per raccontare quello che essa si aspetta da loro, trasformandoli in megafoni. Va a finire così che anche la settimana… santa della canzone finisca sotto la lente di ingrandimento per vedere se gli influssi del governo ne abbiano condizionato gli esiti e la qualità.

La smentita più clamorosa a chi sperava in un flop di ascolti è venuta dai numeri record degli italiani che hanno seguito la manifestazione, segno che l’istinto umano di conservazione ha avuto il sopravvento, sia pure con licenza breve, sulle tristezze della cronaca nera che viene servita ogni giorno dalle televisioni generaliste. Giusto rimedio, che consiste nel tirare il fiato quando manca il respiro. “Festival della rassegnazione” ha sentenziato l’opinionista di marca. “Dc” della canzone, gli ha fatto eco un altro, precisando che l’acronimo stava per democrazia di Carlo Conti. Sarà anche, ma quel Dc buttato lì, in quella maniera, è molto più di un riferimento al conduttore.

Altrettanto facile individuare le ragioni di quella rassegnazione del popolo italiano, colta dall’animo pensoso e inquieto del cronista della domenica. Tutto scaturito dal fatto che, dall’orizzonte canoro, è scomparsa la filosofia woke, quella dello stare svegli per difendere i diritti delle nuove frontiere. Quelle del gender, delle alchimie fluide, delle coppie scombiccherate, degli uteri in affitto, dei suicidi assistiti, delle cantanti pronte a tagliarsi una mano pur di non votare Giorgia. Sparita la trasgressione, lo scandaletto creato ad hoc, per supplire alla mancanza di fantasia. Neppure Benigni, venuto a promuovere l’uscita del suo prossimo film, è riuscito a mettere in moto la macchina del progresso. Niente, elettroencefalogramma piatto stando ai delusi. Se proprio si voleva cercare la trasgressione, bisognava ringraziare il Papa, con il suo videomessaggio, in apertura di festival.

Per il resto, ad incrementare la rassegnazione dei delusi, mancava solo l’esito finale della gara. Vince Olly (all’anagrafe Federico Olivieri). Ventitré anni per un metro e 95 di altezza. Camicia aperta sulla canottiera bianca della salute, sulla quale pencola qua e là la catenina della prima comunione. Un maschio alla maschio, senza inclinazioni binarie o fluide. Canta e dice che anche la signora che distende la biancheria con la sigaretta in bocca gli ha detto che si rassegni alla perdita della morosa. Ma a lui, quando ha prurito alla schiena e quando è da solo col telecomando, il suo amore manca e come gli manca, altro che signora dal realismo attempato. La medaglia d’argento va invece a un giovane gracilino, almeno nell’aspetto. Arriva secondo solo per lo 0,4% dei voti dal primo. Canta bene e ha grandi competenze musicali. Dice che voleva essere un duro e si ritrova ad essere nessuno, perché il mondo è duro per quelli normali che hanno poco amore intorno. La medaglia di bronzo tocca a un padre che racconta come l’arrivo di una figlia gli abbia scombussolato i piani della vita, a prova che l’amore ha comunque e sempre un prezzo da pagare. Vi sembrano temi da intellettuali, si chiede il rassegnato? Altro che no. Alla prossima.

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