Guardare in faccia la guerra per spegnere l’indifferenza di una cronaca senz’anima
In punta di spillo, una rubrica di Bruno Fasani
36, 40, 24, 5, 17… non sono i numeri di una ipotetica ruota su cui tentare la fortuna. Sono semplicemente la maschera algebrica fatta indossare ogni giorno ai morti, caduti negli scenari di guerra. La morte ridotta a numero, a matematica, passata sul pallottoliere di coscienze distratte, per dirci che in quel giorno le persone uccise sono state tot. Numeri freddi, che non ci raccontano cosa si nasconde dietro di loro, perché nessuna morte è uguale all’altra, nessuna persona che lascia questo mondo è uguale a qualche altra e nessuno, tra coloro che rimangono a piangerla, ci racconta lo stesso dolore. Ogni dramma ha un suo spartito ed è solo conoscendolo che impariamo a suonarlo, facendoci carico del dolore del mondo.
Mi sorgevano spontanee queste considerazioni vedendo su Facebook il breve filmato di un bambino della Striscia di Gaza. Il suo giovane papà, bello e aitante come sono tutti i papà che si prendono cura delle loro creature, era stato colpito a morte mentre andava a cercare del cibo per la sua famiglia. Immediatamente il pensiero era andato alla poesia del Pascoli, La Cavalla storna, scritta dal poeta per ricordare il padre, assassinato dai repubblicani mentre tornava a casa sul calesse, il 10 agosto 1867, colpevole di essersi schierato con i liberali monarchici. Ritornava una rondine al tetto/ l’uccisero, cadde tra spini/ ella aveva nel becco un insetto/ la cena dei suoi rondinini… In queste parole, mandate a memoria e che ancora mi porto dentro dall’adolescenza, era racchiusa tutta l’ingiustizia della morte, ma anche la metafora del Cristo che, morendo in croce dava la vita a quelli che avrebbero creduto in Lui.
Ora, da Gaza, a raccontarci l’ingiustizia non sono le parole poetiche di un figlio. Non ci sono più cavalle che riportano a casa il loro padrone morto e neppure rondini con il cibo per la famiglia. Al loro posto c’è il viso di un bambino, dieci, undici anni, che accarezza il volto del padre, come a cercare di rianimarlo, mentre accompagna i gesti con un grido di disperazione che ha la forza di un lamento uscito da Auschwitz o da un campo di battaglia del Donbass, capace di entrare nella coscienza e accompagnarti nel dramma della guerra. Per grazia e non per merito, non conosco cosa sia la disperazione, ma il grido rauco, smorzato in gola di quel bambino innocente è qualcosa di disumano e biblico insieme, capace di trapassare l’animo, ma anche di salire e squarciare il Cielo. Dio dove sei? Perché taci nella notte del mondo? Mostrati ancora grande ai nostri occhi e vieni in nostro soccorso!
Non ho più riaperto l’immagine di quel bambino e non ho più avuto il coraggio di riascoltare il suo urlo disperato, ma quella scena mi ha insegnato che la morte va guardata in faccia, così come la guerra, se non vogliamo rimuoverla dentro i numeri asettici delle statistiche, che ci consegnano dei dati, subito accantonati tra i fatti che non ci toccano e ci lasciano indifferenti. La guerra non è cronaca. Essa è carne umana lacerata, è disperazione, è vuoto di domani, è innocenza umiliata, è morte di creature e di umanità, è distruzione di benessere, è buio, è inferno… Non ci resta che una sola cosa da fare, il coraggio di guardarla in faccia per gridare insieme: basta! A prescindere da qualsiasi calcolo politico o interesse di parte. Semplicemente e fortissimamente basta.