La
Etica della vita
Pubblicato il Dicembre 19, 2025

La dignità dell’anziano

Etica della vita, una rubrica di Gabriele Semprebon

Davanti a tanti fatti di cronaca e, semplicemente, all’osservazione dei modi di fare degli operatori sanitari nei confronti degli anziani, il cuore si riempie di amarezza e di rabbia. Ci sono tanti bravi medici e infermieri o semplici assistenti che, con professionalità, dolcezza e delicatezza, si rapportano con i nostri nonni ma, al contempo, tanti altri si relazionano a loro con superficialità, poco rispetto, addirittura facendo violenze fisiche e verbali. A fronte di tante parole e dotte riflessioni, mi pare utile riportare una lettera pubblicata su un “Bollettino Salesiano” di tanti anni fa a cura di B.F. Non so se sia reale o di fantasia, fatto sta che è uno spunto di meditazione meraviglioso. È una lettera ritrovata nella stanza di una paziente anziana all’indomani della sua morte: “Cosa vedi tu che mi curi? Chi vedi quando mi guardi? Cosa pensi, quando mi lasci? E cosa dici quando parli di me? Il più delle volte vedi una vecchia scorbutica, un po’ pazza con lo sguardo smarrito, che sbava quando mangia e non risponde mai quando dovrebbe.

E non smette di perdere scarpe e calze che, docile o no, ti lascia fare come vuoi, il bagno e i pasti, per occupare una lunga giornata grigia. È questo che vedi! Allora apri gli occhi. Non sono io! Ti dirò chi sono. Sono l’ultima di dieci figli con un padre e una madre. Fratelli e sorelle che si amavano. Una giovane di sedici anni con le ali ai piedi, sognante, che presto avrebbe incontrato un fidanzato. Sposata a vent’anni. Il mio cuore salta di gioia al ricordo dei propositi fatti quel giorno. Ho venticinque anni e un figlio mio, che ha bisogno di me per costruirsi una vita. Una donna di trent’anni, mio figlio cresce in fretta, siamo legati l’uno all’altra con vincoli che dureranno per sempre. Quarant’anni, presto lui se ne andrà ma il mio uomo veglia al mio fianco. Cinquant’anni, intorno a me giocano dei bambini, poi i giorni bui: mio marito muore. Guardo il futuro tremando di paura, giacché i miei figli sono completamente occupati ad allevare i loro. Penso agli anni e all’amore che ho conosciuto.

Ora sono vecchia. La natura è crudele, si diverte a fare passare la vecchiaia per pazzia. Il mio corpo mi lascia, il fascino e la forza mi abbandonano; con l’età avanzata, laddove un tempo ebbi un cuore vi è ora una pietra. In questa vecchia carcassa rimane, però, la ragazza il cui vecchio cuore si gonfia senza posa. Mi ricordo le gioie, mi ricordo i dolori e sento daccapo la mia vita e amo. Ripenso agli anni troppo brevi e troppo presto passati. Accetto l’implacabile realtà che niente può durare. Allora apri gli occhi tu che mi curi, e guarda non la vecchia scorbutica…guarda meglio e mi vedrai.”

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