Si prepara la guerra anche distruggendo la democrazia
In punta di spillo, una rubrica di Bruno Fasani
La Chiesa inizia ogni anno, e lo fa da 59 anni, parlando di pace. Mi sono chiesto se Paolo VI, che volle introdurre questa giornata nel 1968, non sia stato mosso da una intuizione profetica davanti ad un mondo dove si stavano addensando le nuvole della discordia e che lui vedeva da lontano con lo sguardo dei condottieri. Cinquant’anni dopo, papa Francesco parlerà di guerra mondiale a pezzi. Nei giorni scorsi papa Leone XIV, dentro il suo stile misurato e garbato, ha detto parole durissime: «Chi oggi crede alla pace e ha scelto la via disarmata di Gesù e dei martiri è spesso ridicolizzato, spinto fuori dal discorso pubblico, non di rado, accusato di favorire avversari e nemici».
Davanti al mondo e a quanto sta accadendo mi chiedo se non serva l’ostinazione della fede per credere ancora nella pace, evitando di confonderla con i proclami buonisti di un cristianesimo che si sente obbligato a parlarne pur senza crederci. Parlare di pace è diventato un dovere urgente, per la comunità credente e per i singoli, perché la guerra, che della pace è la negazione, non passa più soltanto dall’uso delle armi e dal traffico che ci sta dietro, ma prima ancora dalle parole e dalle scelte politiche che alimentano l’inimicizia e l’ingiustizia tra gli uomini.
Ho vissuto con smarrimento quanto ha fatto Trump in Venezuela. E non certo perché simpatizzi per Maduro, un dittatore criminale che ha portato il suo popolo sull’orlo della guerra civile. Con l’arroganza ipocrita di un camaleonte pronto a mimetizzarsi sotto i panni del moralista, il presidente degli Usa ha fatto carta straccia di tutti i principi della democrazia e delle risoluzioni Onu. Accusando il presidente venezuelano di terrorismo legato alla droga, è riuscito a farlo fuori, evitando la consultazione del Congresso, ossia il parlamento americano e tutte le leggi internazionali che regolano la gestione di simili problematiche. Dietro l’alibi del narcotraffico, di fatto ha voluto mettere le mani sul petrolio del Venezuela, oggi il Paese che ne possiede una quantità più grande di ogni altro Paese al mondo. Ha estromesso dagli affari Cina, Russia, Iran e Corea del Nord, noti amici di Maduro. Ha deciso chi deve governare e come deve governare, che è lo stesso come dire che a governare saranno gli Stati Uniti. Soprattutto, ed ecco qui affacciarsi la guerra senza armi, ha fatto sapere che il più forte che arriva al potere ha il diritto di fare quello che vuole. Se non sbaglio questa è la cultura che ispira i falsi cultori della democrazia. E giusto perché qualcuno non fraintenda ha fatto sapere anche che il prossimo boccone sarà la Groenlandia. Alla faccia della Danimarca.
Va da sé che, a fronte di qualche mugugno di circostanza, il consenso di chi governa da dittatore è garantito. Perché Putin dovrebbe mollare le terre ucraine? E magari tra un po’ quelle moldave o i Paesi del Baltico? E perché la Cina dovrebbe rinunciare a piantare gli artigli nel ventre di Taiwan e la Corea del Nord in quello del Giappone o della Corea del Sud? Dittatori di tutto il mondo unitevi. Se lo fa un presidente travestito da salvatore del mondo, perché dovreste farvi tanti scrupoli?




