Donaci,
In cammino con la Parola
Pubblicato il Febbraio 27, 2026

Donaci, Signore, il tuo amore: in te speriamo

Vangelo di domenica 1° marzo, II domenica di Quaresima

Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo». All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete». Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo. Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti».

Commento

A cura di Padre Andrea Fulco

In questo itinerario di conversione verso la Resurrezione, saliamo anche noi sul monte Tabor. Il monte, in realtà, è solo una collina, circa 500 metri dal livello del mare; tuttavia, il monte nella Bibbia ci ricorda incontri speciali, teofanie divine, momenti unici in cui Dio si mostra per quello che è. Con Mosè, nel Sinai, per quaranta giorni e quaranta notti, Dio si rivela e comunica le sue dieci parole (Esodo); sul Tabor avviene una rivelazione di luce e un’anticipazione di gloria. Gesù viene avvolto di luce per illuminare anche le nostre tenebre e la morte interiore. Pietro è abbagliato di luce, proprio per la gioia di stare con Lui. E Dio ci dona la luce per far rifiorire l’umano. L’uomo è la gloria vivente di Dio (sant’Ireneo). “Un Dio cui non corrisponda la fioritura dell’umano, il rigoglio della vita, non merita che a Lui ci dedichiamo” (D. Bonhoeffer). La gioia di fermare il tempo e di fare tre tende corrisponde al desiderio di immortalare i momenti belli della nostra vita.

Oggi i giovani sul Tabor avrebbero fatto un selfie e avrebbero pubblicato sui social un volto luminoso e trasfigurante, in attesa di un like. Ma Gesù non vuole stupire nessuno con effetti speciali, ma solo rivelarci un segreto: che è Figlio di Dio, l’Amato in cui il Padre si compiace. Nel dialogo con Mosè ed Elia, l’evangelista mette in connessione l’antica alleanza con la nuova, inaugurata da Cristo con il sangue sulla Croce. In questa teofania rimaniamo alquanto meravigliati della bellezza di Dio, che ci richiama alla bellezza del cuore. “La bellezza salverà il mondo”, diceva Dostoevskij; noi, invece, possiamo dire che solo la Passione di Cristo e la sua Resurrezione salveranno il mondo dalla morte.

La vera gioia nasce proprio dallo stare con Gesù, ascoltando la sua parola: «Questi è il mio Figlio, l’Amato, ascoltatelo». Dal Sinai al Giordano, fino al Tabor, Dio non smette di parlare di sé e di portare l’uomo a Dio. In questo duplice scambio del Natale, che abbiamo celebrato, trova pienezza la salvezza. Dio si fa uomo e l’uomo diventa Dio. Siamo tutti chiamati a vivere con Gesù sotto la tenda della sua dimora divina e della Parola: il Santo dei santi da custodire nella vita; ma dobbiamo anche scendere dal Tabor. Si scende per andare verso Gerusalemme e quindi per abbracciare la Croce. In questa teofania Dio ci fa assaggiare il già e il non ancora della vita eterna.

Fare festa come Pietro, sì, ma c’è un prezzo da pagare: la Croce. La creazione attende e geme le doglie del parto e attende di essere trasfigurata. «La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio; essa infatti è stata sottomessa alla caducità – non per suo volere, ma per volere di colui che l’ha sottomessa – e nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio. Sappiamo bene infatti che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto» (Rm 8,21-23). Lasciamoci trasfigurare con Cristo per ricevere da Lui la pienezza del Regno dei cieli.

L’opera d’arte

Andrea Previtali, Cristo trasfigurato (1513), Milano, Pinacoteca di Brera. Bergamasco, agli inizi del ‘500 Previtali si formò a Venezia nella bottega del grande Giovanni Bellini, ispirandosi poi alle opere di Carpaccio, Giorgione e Lorenzo Lotto. L’opera qui a fianco, commissionata dalla famiglia Casotti de Mazzoleni per la chiesa della Madonna delle Grazie a Bergamo, raffigura la Trinità attraverso l’episodio della Trasfigurazione. La composizione è inedita rispetto all’iconografia consueta: Gesù, avvolto in “vesti candide come la luce”, domina la scena – i tre apostoli sono a sinistra in lontananza, quasi invisibili – è immerso in un paesaggio “incastellato”, dove scorre un fiume, in riferimento al battesimo nel Giordano.

Al di sopra di Gesù ecco la colomba, immagine dello Spirito Santo, e a destra in alto la nuvola, da cui Dio Padre parla con la frase riportata nel cartiglio: “hic est filius meus dilectus” (questi è il figlio mio, l’amato). Secondo gli studiosi, il tronco tagliato sulla destra e l’albero frondoso, che sovrasta Gesù e che lo pone sotto la sua ombra, evocherebbero l’annuncio della passione – quindi della croce – attraverso cui si compie la salvezza dell’umanità.

V.P.

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