Il fascino di san Francesco ci interpella come cristiani con la sua forte attualità
In punta di spillo, una rubrica di Bruno Fasani
L’inizio di Quaresima si innesta quest’anno nell’anno giubilare francescano, indetto per ricordare san Francesco a ottocento anni dalla morte. Un gigante, che il filosofo Renan, alla fine dell’Ottocento, definì l’uomo che ha fatto la più grande rivoluzione storica dopo quella di Gesù. Un uomo che profumava di Dio e capace di affascinare ancora dopo otto secoli. Un gigante, dicevo, a dispetto della statura che ce lo dava sotto il metro e cinquanta di altezza, stando almeno all’osteometria, che studia la lunghezza delle ossa. Ossa che, in questi giorni e fino al venerdì santo sono esposte nella Basilica Inferiore a lui dedicata, sul Colle dell’inferno in Assisi, da lui cambiato in Colle del paradiso.
San Francesco ci viene incontro per portarci messaggi profondi e ricchi di attualità. A cominciare dall’opera della Grazia che raggiunge la creatura peccatrice di tutti i tempi. Anche Francesco fu un peccatore. Lo riconosce lui stesso nel suo Testamento, quando scrive che fu «nei peccati». Qualcuno, tra i suoi biografi su questo tasto ha calcato la mano. Non so se egli fu peggiore degli altri. Di sicuro era un giovane ambizioso, centrato essenzialmente su se stesso, attento al vestire, oggi diremmo al look, desideroso di un titolo nobiliare da cavaliere, che lo avrebbe messo al centro della stima altrui, appetibile allo sguardo delle donne e invidiato da tanti. Tanto più che, alle spalle, aveva un patrimonio da far gola a qualsiasi donna che volesse sistemarsi per il futuro. E non occorre scomodare esempi contemporanei per rendersi conto di quanto sia attuale questo scenario.
Dalla sua, poi, Francesco aveva anche che era andato in guerra. E, in guerra, si sa, si usano le armi e con quelle non sai mai cosa succeda. Era stato un violento, prima di diventare l’uomo della pace? Non sappiamo, ma di sicuro, fino a un certo momento della vita non sembra che Dio fosse tra gli obiettivi che coltivava. Poi cambiò gusti. Tre parole che da sole raccontano la verità della conversione, la quale non si fonda su qualche pratica ascetica o qualche sforzo volontaristico, magari mettendoci dentro a qualche dieta correttiva che ci prepari alla prova costume. Convertirsi è semplicemente cambiare gusti. Francesco ce lo racconta a proposito dei lebbrosi. Gli facevano schifo. È pur vero che qualche volta aveva mandato loro qualche offerta, per interposta persona e per sgravarsi la coscienza. Ma, come ci raccontano le fonti, quando li incontrava da lontano, si girava dall’altra parte turandosi il naso. Lui stesso farà coincidere la sua reale conversione, non tanto con l’episodio del Crocifisso che gli parla a san Damiano, quanto al coraggio di abbracciare e baciare uno di quei lebbrosi che fino a poco prima gli facevano schifo. La carità non era più qualcosa che si donava, ma lui stesso era diventato carità.
Di Francesco colpisce poi il coraggio d’essere cristiano politicamente scorretto. Diverso, a dispetto dell’opinione pubblica e dei giudizi della gente. Per due anni, dopo la conversione, girò per la sua città vestito di sacco chiedendo l’elemosina. Viveva da povero con i poveri. Biasimato, deriso, criticato, considerato un disonore per la famiglia. Dai più considerato un fuori di testa. La verità è che era diventato libero, di quella libertà che tutti vorremmo avere quando, cambiati gusti, impariamo a riconoscere quanto è buono il sapore di Dio.




