Intervista a Giorgia Cozza
CulturalMente, a cura di Francesco Natale
“Quando penso al mio papà” (Fabbri Editori, 2026) è un albo di Giorgia Cozza con le illustrazioni di Giulia Cregut dove parole e immagini si fondono per dare origine a un volume capace di toccare il cuore e zone intime dell’anima di ciascuno di noi. In questo libro, destinato ai piccolissimi, la figura del papà è amorevole e proprio sull’amore e sul bene reciproco viene costruito il rapporto anche e soprattutto di fiducia tra il piccolo protagonista e suo papà che diventa sin da subito una figura di riferimento con cui superare le paure, vivere nuove avventure e scoprire cose ed emozioni uniche. “Quando penso al mio papà” è un inno delicatissimo e pieno di affetto a uno dei legami familiari più importanti: quello con il proprio papà.
Il papà a cui pensa il protagonista del tuo albo è molto vicino a suo figlio: gioca con lui, lo sprona, lo supporta. I papà di oggi son simili a quello del tuo libro?
Sì, per fortuna sì. Per fortuna dei bambini e dei papà stessi. Oggi la maggior parte dei padri è presente e disponibile, si mette in gioco sin dalla nascita del bebè. Questo è un grande cambiamento, perché in passato c’era la convinzione che i bambini piccoli “fossero della mamma”, mentre negli ultimi anni i papà sono diventati più protagonisti anche dei primi tempi. Certo, compatibilmente con la normativa attuale, che ai padri concede solo dieci giorni di congedo. Sicuramente questi dieci giorni rappresentano un passo avanti, ma è un passo troppo piccolo rispetto alle esigenze e ai desideri delle neofamiglie di oggi.
Il padre è una figura che sin dall’inizio è un riferimento per il proprio figlio. Possiamo dire che l’importanza della figura paterna è racchiusa in un “ti voglio bene”?
Diciamolo. È proprio così. Sapere che il papà ti vuole bene, ti aiuta a crescere più sereno e sicuro di te.
La figura del padre è cambiata nel corso del tempo. Prima veniva visto come figura severa, ora, lo si evince anche dalle tue parole, come un familiare più dolce. Come valuti questo cambiamento della figura paterna?
Un cambiamento necessario, epocale, prezioso. I papà di oggi sono pionieri, si sono lasciati alle spalle i vecchi modelli autoritari per costruire un modo nuovo di essere padri, dove c’è spazio finalmente per la tenerezza, l’empatia, la gentilezza. Con questo non voglio dire che i papà di una volta non fossero gentili, ci mancherebbe altro. Ma a livello culturale la figura paterna era associata più alla severità che alla dolcezza. È un cambiamento enorme, per nulla scontato e spesso non facile, perché non sempre la società riconosce questo nuovo modo di essere padri. Basti pensare al papà che viene chiamato “mammo”, “baby sitter” o “aiutante della mamma”, perché si prende cura dei propri bambini, ovvero, perché fa… il papà!
Associ il papà a tante emozioni e a tante parole. In quale parola racchiuderesti il rapporto padre e figlio?
Legame. Se il papà è un padre che c’è, che partecipa alla vita del suo bambino, che fa del suo meglio, attraverso i piccoli gesti quotidiani come quelli descritti nel libro (che per il bambino sono grandi gesti!), costruisce un legame che accompagnerà suo figlio lungo tutto il cammino della vita.
La tua storia personale ha influenzato la stesura di questo libro? Dedichi questo volume a tuo papà…
Il mio papà non l’ho avuto nella quotidianità perché i miei genitori si sono separati quando ero piccola. Lo vedevo il sabato pomeriggio e ogni cosa che facevamo in quelle poche ore, dal giro in bici ai giardinetti, alla passeggiata sul lungo lago per vedere le anatre, mi sembrava speciale. Mio padre è stato (ed è) così importante per me, che ancora oggi il mio sguardo per lui è colmo di amore e ammirazione.




