La disperazione di un figlio
Etica della vita, una rubrica di Gabriele Semprebon
“Un 47enne è stato arrestato dai carabinieri di Bari per il tentato omicidio della madre malata oncologica… l’uomo, unico convivente della donna, avrebbe staccato tutti gli ausili e le apparecchiature sanitarie che permettevano alla madre di rimanere in vita rischiando, così, di farla morire… Ai soccorritori il figlio avrebbe detto di preferire di ‘rimettersi alla volontà di Dio’… L’uomo è finito agli arresti domiciliari”.
Questa notizia apparsa sugli organi di stampa qualche giorno fa, ci ricorda quanto sia difficile, anche con tutte le buone intenzioni, rimanere accanto ad una persona supportata dalle macchine in una situazione di fine vita. La disperazione di chi vede un proprio caro in circostanze disumane, può condurre addirittura al pensiero e anche all’azione che dare la morte può essere risolutivo per sé e per il paziente, può significare la raggiunta serenità per chi lascia questo mondo e per chi non ha più il peso schiacciante di accompagnare una persona in una situazione di vita al limite dell’umano. Non mi sento di inveire contro questo figlio, provo compassione e comprensione, ritenendo che l’idea omicida sia maturata in un contesto di disperazione fortissima e di una fragilità che ha causato una caduta rovinosa come quella descritta.
Questi episodi devono farci riflettere sull’uso della tecnica in medicina, veramente, come non mai. L’assioma della bioetica “non tutto ciò che si riesce a fare va fatto,” è vero e va applicato anche nel momento in cui si devono utilizzare presidi che procrastinano la vita della persone senza possibilità di miglioramento o guarigione. Questi episodi sono anche un monito per tutti, soprattutto per la comunità cristiana, perché sia attenta a non lasciar sole persone che hanno il carico fisico e psicologico di dover accudire un proprio caro in situazioni disperate.




