Intervista
Culturalmente
Pubblicato il Aprile 9, 2026

Intervista a Daniele Aristarco

CulturalMente, rubrica a cura di Francesco Natale

Rosalia Pipitone, conosciuta come “Lia”, non è stata una semplice ragazza, è stata un esempio di legalità e di ribellione. Pipitone nacque a Palermo nel ‘58 con un padre, Antonino Pipitone, boss del quartiere popolare dell’Acquasanta e uomo di Totò Riina a cui si ribellò sino a quando il 23 settembre del 1983 venne uccisa. Daniele Aristarco, protagonista di questo nuovo appuntamento di CulturalMente, ha trasformato la sua storia in un libro per ragazzi dal titolo “Storia di Lia” (ed. Mondadori, 2026).

Aristarco, possiamo dire che Lia Pipitone è l’esempio di come i giovani possano cambiare il mondo con il loro essere ribelli?

Durante un incontro al Convitto Nazionale Giovanni Falcone di Palermo, dopo che centocinquanta studenti avevano letto il libro, un ragazzo mi ha chiesto: «Ma alla fine Lia è una vittoriosa o una perdente?». Prima che potessi rispondere, una ragazza ha preso la parola e, quasi pensando ad alta voce, ha detto: «Se avesse seguito le regole del padre e della società, sarebbe rimasta a casa, una morta viva. Anche se ha pagato un prezzo altissimo, Lia si è presa la felicità». Lia non cambia il mondo, non abbatte un sistema, non produce un risultato storico visibile. Rifiuta di adattarsi a un destino già scritto e difende fino in fondo la possibilità di una vita propria. In questo senso, la sua è una scelta concreta, quotidiana, che riguarda il modo di stare al mondo. La sua non è solo la storia di una vittima: è la storia di una donna che ha inseguito la propria idea di felicità e che, proprio per questo, lascia un’eredità. È questa quella che Pablo Neruda, un poeta che lei ha amato tanto, avrebbe chiamato la sua “eredità di gioia”, è questa la propulsione che questa storia è in grado di dare ai giovani oggi.

Lia Pipitone sembrava sin dalla nascita condannata a una vita nell’illegalità. In quel contesto perché fare la scelta più difficile di opporsi a un sistema così potente e pericoloso?

Credo che il punto stia nel fatto che i giovani non delegano a nessuno la propria idea di felicità. E la felicità, per essere tale, ha una condizione necessaria: la libertà. Quanto più grande è la costrizione tanto più energica, a volte disperata, a volte troppo solitaria, ribellione. Lia non può fare a meno di opporsi perché è viva, perché è capace di riconoscere e desiderare la bellezza nelle sue forme più concrete: il movimento libero del corpo, un paio di jeans indossati senza paura, la lettura, la musica, il confronto con i coetanei, il viaggio, l’amore. Tutto questo, dentro un sistema mafioso e patriarcale, le sarebbe stato negato o concesso solo a prezzo della rinuncia a sé stessa. La sua non è una scelta eroica nel senso tradizionale, né una posizione ideologica. È una irrinunciabile necessità.

La ribellione di Lia passa anche attraverso la scelta della scuola superiore e l’arte. Come la scuola e l’arte possono educare alla legalità?

Per Lia la scuola è, prima di tutto, uno spazio di azione sottratto allo sguardo della famiglia. È il luogo in cui può muoversi liberamente, incontrare altri, coltivare interessi, sperimentare linguaggi, costruire relazioni. Ma quello spazio diventa vitale grazie a lei, ai suoi coetanei che lo animano, lo reinventano. Legge molto, condivide le letture, apre confronti su temi che riguardano il corpo, i diritti, la libertà. È politicamente attiva e porta dentro la scuola questioni che la scuola, da sola, spesso non riesce a mettere a fuoco. In questo senso, la scuola non educa né all’arte né alla legalità. Diventa uno spazio formativo quando è attraversata da esperienze vive, da domande reali, da un confronto aperto con il mondo e con i bisogni di chi la abita. Oggi la storia di Lia può essere un punto di partenza, non come modello da imitare, ma come occasione per interrogarsi sulle possibilità dei giovani. È un atto di fiducia nella loro capacità di riformulare il reale e, allo stesso tempo, un invito per gli adulti a mettersi in ascolto. La forza di cambiamento che i giovani esprimono esiste, ma diventa visibile solo se qualcuno è disposto a riconoscerla. E questo chiama in causa una responsabilità precisa: riconoscere la loro dignità creativa e propositiva significa non lasciarli soli, creare condizioni perché nessuno debba più pagare, come Lia, il prezzo estremo della propria libertà.

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