Storie ed esperienze dal carcere: percorrere vie di giustizia
di Luigi Lamma
È passato poco più di un mese dal convegno modenese sul tema della giustizia riparativa dal titolo eloquente “Educare al bene all’ombra del male – Quali vie di giustizia sono possibili oggi?”. Quando si parla di “vie di giustizia” si fa riferimento innanzi tutto ad una responsabilità sociale che ha come presupposto e fine la dignità di ogni persona detenuta, da qui la denuncia della situazione drammatica conseguente al sovraffollamento delle carceri con tutto ciò che ne consegue. C’è però anche la “via di giustizia” delle opere, della solidarietà, della vicinanza concreta alle persone. Parte da qui la collaborazione con la cooperativa Eortè per realizzare un “viaggio” dentro la Casa Circondariale Sant’Anna di Modena, per conoscere, ascoltare, avvicinare una realtà spesso percepita come lontana indipendentemente dalla distanza geografica. Occorre, quando si parla di carcere, andare oltre le semplificazioni, superare pregiudizi radicati, conoscere i luoghi e le persone prima di giudicare, lasciandoci interrogare dalla realtà. Il carcere è uno di quei contesti che più facilmente restano ai margini del racconto pubblico e anche ecclesiale, se non quando emergono fatti drammatici o di cronaca nera.
La Chiesa esorta a non considerare il carcere come un “altrove”, ma come un luogo che interpella la coscienza collettiva, chiedendo lavoro vero, relazioni autentiche e percorsi di responsabilità condivisa. Lo stesso vescovo Erio con la sua attenzione alla realtà del carcere modenese ha più volte ricordato il valore del lavoro e delle relazioni umane da offrire alle persone detenute, perché restituiscono dignità, speranza e senso anche nel tempo dell’attesa e del limite. È in questa prospettiva che il carcere assume un significato sociale e comunitario, e non solo penale. Le “vie di giustizia” che si percorrono nel carcere vanno raccontate in una logica di condivisione e restituzione, perché gli attori sono molti di più di quanto non ci si possa immaginare e anche di questa mobilitazione della cooperazione sociale e del volontariato è importante dare testimonianza. La Casa Circondariale di Modena – come molte carceri italiane – parla ogni giorno di fatiche, fragilità, solitudini, attese e fallimenti, ma anche di tentativi di riscatto, relazioni possibili, lavoro, formazione e responsabilità.
Racconta la vita delle persone recluse, ma anche quella degli agenti di Polizia Penitenziaria, degli educatori, degli psicologi, dei medici, degli insegnanti e dei tecnici; e racconta il lavoro silenzioso e quotidiano di tante realtà del territorio. Si parte da un laboratorio di pasta fresca e si spalanca un mondo dove ci si sforza di “educare al bene all’ombra del male” e quell’organizzazione del bene, a cui ci ha richiamati il vescovo Erio, come risposta reale per costruire relazioni di pace non solo dentro al carcere ma di riflesso anche nella società. Sarà un percorso fatto di incontri e di gesti concreti per rispondere all’esigenza di informazione, per stimolare confronto e suscitare laddove possibile condivisione e solidarietà.




