Obolo di San Pietro per la carità del Papa: il 28 giugno la colletta
Chiesa

Pubblicato il

27 Giugno 2026

Obolo di San Pietro per la carità del Papa: il 28 giugno la colletta

Rispondere al grido dei poveri

di Riccardo Benotti

La carità del Papa non si conta in milioni. Eppure è in milioni che, ogni anno, viene misurata: quelli raccolti e quelli spesi dall’Obolo di San Pietro, la colletta con cui i fedeli di tutto il mondo sostengono il ministero del vescovo di Roma. Domenica 28 giugno, nella domenica più vicina alla solennità dei santi Pietro e Paolo, le parrocchie vivranno la Giornata per la carità del Papa. Ma la prima enciclica di Leone XIV, Magnifica humanitas, invita a leggere quel gesto con un altro metro: non l’elemosina di chi ha verso chi non ha, bensì la corresponsabilità che la dottrina sociale chiede a ciascuno.

Un bilancio in perdita e una geografia diseguale

I numeri dell’ultimo Rapporto annuale disponibile, relativo al 2024, raccontano una realtà più complessa di una semplice questua. Nel corso dell’anno l’Obolo ha incassato 58 milioni di euro sei in più rispetto al 2023 – e ne ha spesi 75,4, contro i 103 dell’anno precedente: una gestione più sobria, che però lascia ancora un divario di 17,4 milioni, coperto attingendo alle riserve. Non un buco da nascondere, ma una scelta di fondo: la missione non si lascia condizionare soltanto dalle risorse disponibili. Le donazioni – 54,3 milioni, tra colletta delle parrocchie, offerte dirette e lasciti testamentari – restano la quasi totalità dell’incasso. La parte maggiore delle uscite, 61,2 milioni, sostiene attraverso i dicasteri della Curia romana la missione apostolica del Papa; 13,3 milioni vanno invece a 239 progetti di assistenza diretta in 66 Paesi, dall’Africa – il continente più sostenuto, con il 43% delle risorse – all’America Latina.

Dietro le percentuali ci sono opere puntuali e spesso minime: 275mila euro per un centro per persone con disabilità in Romania, 93mila per un centro missionario in Senegal, 91mila per una chiesa in Perù. C’è poi la geografia della generosità, che resta diseguale: a donare di più sono gli Stati Uniti, con oltre un quarto del totale, seguiti da Francia e Italia. La carità del Papa, insomma, viaggia in larga misura dal Nord ricco del mondo verso i suoi margini. È il paradosso di ogni colletta universale: misura in milioni ciò che vorrebbe contare in volti.

La carità come corresponsabilità, non elemosina

È qui che il magistero offre un altro metro. Magnifica humanitas, l’enciclica firmata da Leone XIV nel 135° anniversario della Rerum novarum, rilegge la dottrina sociale a partire dai suoi cardini: la “destinazione universale dei beni” e l’”opzione per i poveri”. La carità, in questa luce, non è un trasferimento di denaro dall’alto, ma corresponsabilità: il Papa la descrive con l’immagine di una città da ricostruire insieme, dove “a ciascuno il suo tratto di muro” e “nessuna mano, da sola, è sufficiente”. È la logica che ribalta i numeri del bilancio: un fondo che spende più di quanto raccoglie non obbedisce a un calcolo, ma alla convinzione che la missione non possa dipendere solo dalle risorse.

Resta l’avvertimento che Leone XIV ha ripetuto pochi giorni fa, nel messaggio per la Giornata mondiale dei poveri: il rischio che il “grido di giustizia dei poveri” venga “spento con molteplici tecniche, sempre più subdole”, riducendo chi soffre a destinatario muto. L’Obolo, allora, ha senso solo se non separa chi dà da chi riceve, ma costruisce – sono parole del Papa – una comunità che non distingue “tra chi assiste e chi è assistito, tra chi sembra dare e chi sembra ricevere”. È la condizione perché, come scrive Leone XIV, “le pietre scartate – i poveri, i malati, i migranti, i piccoli – diventeranno testata d’angolo”.

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