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22 Settembre 2026Spiritualità, San Francesco e la preghiera davanti al Crocifisso
Il testo, breve, sul piano linguisticometrico presenta la forma della prosa volgare rimata analoga a quella che ritroveremo nel Cantico di frate Sole
Altissimo, glorioso Dio, illumina le tenebre de lo core mio et dame fede dricta, sperança certa e caritade perfecta, senno et cognoscemento, Signore, che façia lo tuo santo e verace commandamento. Amen.
di Brunetto Salvarani
Secondo la tradizione si dovrebbe trattare dello scritto più antico di san Francesco, formulato e pregato in un volgare italiano piuttosto latinizzato e risalente a quell’anno, il 1206, che avrebbe registrato anche il suo mimo profetico ben noto della rinuncia a ogni bene terreno, con relativo denudamento di fronte al padre e al vescovo, sulla piazza di Assisi. Il contesto è dunque il suo processo di conversione, in particolare l’episodio, pure notissimo, del Crocifisso di san Damiano – opera di impronta orientale oggi custodita nell’assisiate Basilica di Santa Chiara – che l’autore avrebbe udito parlare, ricevendone l’invito a riparare la dimora del Signore, ormai cadente e in rovina. La vicenda è integralmente riportata da una biografia di Francesco, la Vita secunda di Tommaso da Celano, e dalla Legenda trium sociorum, la Leggenda dei tre compagni. Secondo quest’ultima il giovane, reduce dal pellegrinaggio romano sulla tomba di san Pietro, “insisteva nella preghiera, affinché il Signore gli indicasse la sua vocazione”, fino a eleggere a suo rifugio segreto una grotta, in cui la richiesta incessante di una luce si fa tormentoso travaglio (“Pativa nell’intimo sofferenza indicibile e angoscia, poiché non riusciva a trovare serenità fino a tanto che non avesse realizzato i propositi della sua mente”).
Ed è qui, in una tale sorta di notte oscura dell’anima, che ha origine questa preghiera di domanda ben costruita, in cui incontriamo un orante ancora del tutto ripiegato sui dubbi del proprio io e incapace della pura lode disinteressata – come avverrà poi – mentre chiede a Dio di essere illuminato e di ottenere “senno et conoscemento” per poterne realizzare le autentiche volontà. Egli non sa in che modo mettersi in contatto con Lui, ma intuisce che sarebbe decisivo entrare in possesso di quelle che per san Paolo sono le tre cose che rimangono (1 Cor 13,13): la fede, la speranza e la carità (anche se la modalità francescana con cui vengono presentate qui rimanda al commento di sant’Ambrogio alla Lettera ai Filippesi, “in fide recta, in spe firma, in caritate perfecta”). Il testo, breve, sul piano linguistico-metrico presenta la forma della prosa volgare rimata (o ritmica), analoga a quella che ritroveremo nel Cantico di frate Sole così come nell’esortazione Audite, poverelle. I manoscritti ne hanno trasmesso la forma italiana e le successive traduzioni in latino. L’episodio è stato rappresentato artisticamente da Giotto nella Basilica Superiore di San Francesco ad Assisi (affresco IV).
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