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2 Ottobre 2026Frasi infelici sulle donne e problemi spinosi e reali da non sottovalutare
In punta di spillo, una rubrica a cura di Bruno Fasani
Ad Antonio Tajani, il nostro ministro degli Esteri, magari un po’ di sconto potremmo anche farlo. Per la buona fede e l’integrità morale che gli vanno riconosciuti e per quel pizzico di verità che anche la peggiore delle eresie contiene. Da quando ha detto che «Meglio sposare una donna con la gonna più lunga, perché meno appariscente ma più affidabile», una gragnola di insulti e di sfottò lo hanno travolto in parlamento e sui social. La frase, a dire il vero, sa un po’ di muffa e di mestizia. Tra il vecchio parroco dei tempi andati, che pizzicava le ragazze con le maniche corte, e la donna che sceglie di vestirsi come meglio crede, non c’è solo un cambiamento culturale, ma una conquista di civiltà.
Ciò precisato, è vero che l’abito non fa il monaco, ma è anche vero che dall’abito se ne può riconoscere l’identità. L’abbigliamento non è solo un modo per avvolgere nel pudore l’intimità o per riparare il corpo. Esso è uno straordinario mezzo per veicolare messaggi di seduzione e tanto altro. Nel carnaio di certi modi di (s)vestire è abbastanza facile capire dove finisce la moda e dove comincia la… macelleria. Fingere che non sia vero, è una evidente ipocrisia.
Per un Tajani sui cammini della penitenza, fa da contraltare un Vannacci impenitente. A lui le donne non piacciono né con le gonne lunghe, né con quelle corte. A lui “piacciono senza”. Certo, per lo scaltro marpione, anche una gonna può fare gioco. Sa bene che, a osannarlo, ci sarà sempre qualche macho, perennemente incerto se da bruco diventare farfalla. Anche la stupidità come l’ignoranza è una forma di beatitudine, che impedisce alla ragione di funzionare, facendo sentire i morsi della coscienza. Ma al generale dovrebbe essere anche noto che, un secolo fa’ e per vent’anni, un modello al quale sembra ispirarsi dimostrava a parole e nei fatti la sua stessa svestita attrazione verso le signore, salvo definirle, sempre a parole e nei fatti, degli “orinatoi”.
Se certa politica parla della donna con lo stile e la sensibilità dei gamberi, altri scenari domanderebbero maggiore attenzione per garantirle quella dignità e quel rispetto che spesso vengono negati. Nei giorni scorsi, la Presidente del Consiglio ha annunciato un decreto ministeriale con cui si fa divieto alle ragazze di andare a scuola col burqa e col niqab. Se il primo è una specie di scafandro che copre tutto il corpo, consentendo di vedere attraverso una fitta rete, il secondo copre altrettanto integralmente, lasciando scoperti soltanto gli occhi. Oggi si calcola che in Italia siano circa sei, settecento le ragazze che frequentano la scuola così abbigliate.
Ma se solo andaste dalle parti di Ortisei, o in altri posti esclusivi di vacanza, trovereste donne velatissime dentro il niqab, passeggiare tranquille nei loro abiti preziosissimi per le vie del paese. Considerato che in Italia è proibito per legge girare mascherati, nei lussuosi hotel a 5 Stelle super e presso tante amministrazioni comunali deve valere ovviamente il detto che il denaro non puzza. Dire no al burqa e al niqab non è intolleranza né religiosa, né culturale. È semplicemente affermare che essi sono simboli di schiavitù maschilista e di morte sociale. Deplorevole che tra gli illuminati della politica, ci sia chi si è dichiarato dissenziente. Far finta di niente è complicità.




