Pubblicato il
9 Ottobre 2026La pena di morte smentisce vangelo, civiltà e democrazia. Povera Christa e povera America
In punta di spillo, una rubrica a cura di Bruno Fasani
Povera Christa. Ma non pensate ad una espressione di compatimento. Christa Pike è una donna di 50 anni che vive, si fa per dire, a Nashville nel Tennessee, Stati Uniti. Un poeta ha scritto che dalle orme si vede quanti passi l’uomo ha fatto con le catene e quanti con le ali, giusto per ricordare che le schiavitù si consumano anche in regimi di apparente democrazia. Ascoltando la storia di questa donna, più che il rumore delle catene, potremmo sentire i picconi dei becchini, intenti a seppellire l’umanità.
Povera Christa, che il suo destino fosse in salita, lo si è capito fin da subito. Nata e cresciuta in una famiglia di alcolizzati, viene ripetutamente abusata da quelli di casa e fatta oggetto di ripetute violenze. Nessun servizio sociale, nessun parente misericordioso che si faccia carico di sottrarla al suo martirio. Più tardi le riconosceranno anche un disturbo bipolare. La scienza lo definisce una malattia psichiatrica cronica caratterizzata da sbalzi d’umore estremi con periodi di depressione e altri di eccitazione e irritabilità. Ed è a 18 anni che, povera Christa, paga il dazio al suo caos interiore. In un momento di follia uccide brutalmente una compagna, convinta che le stesse insidiando il ragazzino di cui si era invaghita. Bastò un anno al Tribunale locale per infliggerle la più disumana delle pene, la condanna a morte.
Ma in attesa di dar seguito alla sentenza, l’hanno lasciata marcire in carcere per 32 anni. Nessuno pensò mai di farle una diagnosi psichiatrica, nessuno immaginò per lei un percorso riabilitativo che le facesse sentire almeno il profumo di quella umanità che non aveva mai sperimentato, neppure tra le mura domestiche. Nell’immaginario collettivo si disse che lei era il prodotto più evidente del demoniaco che si stava intrufolando nelle crepe dell’animo delle nuove generazioni. Su di lei calò la coltre dell’in-differenza e del disprezzo. Si sperava anche dell’oblio, povera Christa e, invece, invece niente perché qualcuno s’è ricordato che doveva pagare il conto. Non erano bastati 32 anni di espiazione. Ci voleva che fosse la morte a saldare il debito. Tutta questione di fedeltà alla parola del giudice. Perché negli Stati Uniti la parola è parola, così si dice, almeno fino a prima che arrivasse un capo che, in fatto di coerenza verbale, cambia ogni giorno direzione come una rosa dei venti.
Sta di fatto che, povera Christa, nei giorni scorsi il Tribunale ha decretato che si doveva dare compimento alla condanna. Stesa e legata sopra un lettino, dentro una stanza a vetri per consentire alla morbosità dei sadici di godersi la scena, le vengono iniettate due iniezioni di bentobarbital, un potente barbiturico dagli effetti letali. Boia inesperti usano sette aghi per riuscire a trovarle la vena e, alla fine, neppure ci riescono. E poi sembra anche che il veleno fosse scaduto. Sono le 19.26 locali. Il suo corpo, come quello dei topi morsi dai serpenti, si muove in maniera scomposta fino a scoprirsi del lenzuolo che le hanno messo sopra. Poi, per oltre due ore, è un rantolo, come chi russa, diranno con cinismo i suoi carnefici. Infine la decisione: via in ospedale, a sirene spiegate. Per salvarle la vita, dicono gli ipocriti. Ora vegeta intubata grazie ad una macchina. Povera Christa, povera America e povera umanità.




