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Pubblicato il Gennaio 29, 2021

La fatica di pensare

L’attuale modello di comunicazione imposto dai media e dai social pare avere smarrito ciò che sta alla base di un dialogo costruttivo

10 Gennaio 2021

Guardando la televisione e il modo come normalmente si discute, ho osservato un fatto che dovrebbe preoccupare, perché costituisce la negazione di ogni tipo di dialogo: tra gli elementi essenziali di ogni conoscenza (esperienza, formazione dei concetti, giudizio o affermazione, ragionamento) ci si sofferma quasi sempre solo sul terzo, facendo affermazioni da contrapporre ad altre affermazioni.

 

Sappiamo che la conoscenza di qualsiasi realtà implica un processo complesso. Per comprenderlo è necessario e sufficiente osservare l’esperienza che tutti noi facciamo e che si esplicita nel nostro parlare. Possiamo indicarne i quattro momenti fondamentali:

 

  • L’esperienza, ossia il contatto diretto con la realtà conosciuta, o attraverso i sensi (esperienza sensibile), o nell’interiorità della coscienza (esperienza interiore). L’esperienza può essere più o meno ricca, più o meno profonda. Essa esige come atteggiamento adeguato l’osservazione attenta e il liberarsi da possibili occhiali soggettivi che deformano la realtà che si osserva.

 

  • La formulazione di concetti, ossia la formazione di una immagine di natura non materiale con la quale rappresentiamo a noi stessi la realtà che vogliamo conoscere. Ci sono concetti che hanno un carattere più intuitivo; altri sono frutto di un lavoro intellettuale più complesso, nel quale intervengono tutti gli elementi del conoscere. I concetti possono essere chiari o confusi, adeguati o non adeguati. Raramente possono rappresentare la realtà in modo perfetto.

 

  • L’enunciazione di giudizi, ossia una sentenza con la quale attribuiamo a una realtà, che è il soggetto del giudizio, un determinato predicato. Solo nel giudizio si ha una conoscenza completa. Il giudizio, tra l’altro, mette in evidenza che le verità che affermiamo, in quanto verità non sono creazione del soggetto, ma derivano da una necessaria adeguazione della nostra mente alla realtà cui si riferisce. I giudizi sono necessariamente veri o falsi. La verità del giudizio non deve essere confusa con la certezza del soggetto che la enuncia. Ognuno di noi, non solo può ingannare gli altri dicendo il contrario di quello che pensa; ma può anche ingannare se stesso non cogliendo bene la realtà che sta giudicando. I giudizi sono sentenze, come quelle emesse nei tribunali. Presuppongono un grosso lavoro precedente. Si tratta di definire bene il fatto che si vuole giudicare: se esiste e se costituisce reato. Per sapere se esiste ci si deve rifare all’esperienza (di cui ho parlato); e per sapere se è “reato” (ossia se il predicato si applica al soggetto), si deve definire bene il concetto con il quale si definisce la sentenza. Ogni sentenza, poi, può essere criticata e anche impugnata. E per questo la si deve poter difendere. Per impugnare o difendere una sentenza è necessario avere argomenti. E questo appare, in modo particolare, nell’ultimo elemento del nostro processo conoscitivo.

 

  • L’elaborazione di raziocini, ossia la capacità di cogliere, nelle conoscenze già acquisite, relazioni che portano a una nuova conoscenza. Il raziocinio non si fonda direttamente sull’esperienza, ma su conoscenze anteriori; per questo suppone un grado di astrattezza maggiore. I raziocini possono essere corretti o non corretti, secondo che rispettano la logica, ossia le leggi del nostro pensare.

 

Da questi semplici accenni appare che l’acquisizione di conoscenze sicure (anche se difficilmente possono raggiungere la certezza di un dogma) e il confronto con chi pensa diversamente, implica un lavoro lungo e impegnativo. Certamente costa fatica. E per di più, non abbiamo la certezza, in un confronto con chi ha idee diverse, di riuscire a convincere. Per questo, una buona scorciatoia che permette di scansare fatiche, è quella di andare subito al punto: enunciando la nostra sentenza, ripetendola più volte e, eventualmente, aumentando il tono della voce. In questo caso, però, il dialogo scompare. E la persona affonda in quel male che chiamiamo individualismo.

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