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Fare spazio dentro di sé per gli altri

Verso il Natale con le riflessioni delle Sorelle Clarisse di Carpi: San Francesco e l’esempio della maternità verginale di Maria

6 Dicembre 2020

3 minuti di lettura

delle Sorelle Clarisse

 

Io sono l’altro… Ed era l’Altro per eccellenza quello che chiedeva a Maria ospitalità e accoglienza nella sua carne e nella sua vita. E quando l’altro, chiunque esso sia, ci viene incontro, ci invita a fare spazio, a mettere da parte tutto quello che credevamo di sapere per lasciarci sorprendere dalla novità che porta con sé. Anche Francesco d’Assisi guarda a Maria come creatura totalmente accogliente, e da lei desidera imparare questo atteggiamento di apertura a Dio, e quindi ai fratelli, perché accogliere loro è accogliere Lui (cfr Mt 10,40).

 

Nella sua preghiera Francesco chiama Maria “casa” di Dio, perché lo ha accolto fisicamente nel suo grembo; similmente invita i frati a fare dentro di sé una casa per accogliere Gesù, per portarlo sempre con sé e ricordarsi che ogni uomo è “terra santa” in cui Lui viene ad abitare. Proprio un incontro del genere aveva stravolto la vita di Francesco e segnato l’inizio della sua conversione, quando un giorno, sulla piana di Assisi, invece di passare oltre come era solito fare per repulsione, misteriosamente si accostò ai lebbrosi. E questo gli cambiò in modo irreversibile lo sguardo e il gusto. Ma lasciamo che sia lui stesso a raccontarcelo con le parole del suo Testamento: “Il Signore dette a me, frate Francesco, d’incominciare a fare penitenza così: quando ero nei peccati mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi, il Signore stesso mi condusse tra loro e usai con essi misericordia. E allontanandomi da essi, ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza d’animo e di corpo. E di poi, stetti un poco e uscii dal mondo” (ff 110).

 

Questo evento segnerà la vita di Francesco e quella dei suoi primi compagni, ispirando una fraternità in cui il fondamento è l’accoglienza reciproca. Infatti, rivolgendosi ai frati, raccomanda: “Con fiducia l’uno manifesti all’altro la propria necessità. Ciascuno ami e nutra il suo fratello, come la madre ama e nutre il proprio figlio” (ff 32); con l’incoraggiamento a vivere ciascuno sia la dimensione materna sia quella di chi riceve cura, crescendo nella familiarità che toglie spazio alla paura.

 

Perché se ho paura non posso accogliere, sono troppo occupato a difendermi. Sono sterile. Mentre quando accolgo mi ritrovo vulnerabile, disarmato e “solo” spazio aperto all’altro. Ma è questo spazio vuoto che è grembo fecondo di vita. Allora, come Francesco e generazioni di santi (tutti, anche quelli “della porta accanto”), come Maria e generazioni di madri, vogliamo accogliere la “proposta” di questo Avvento e aprirci anche noi all’accoglienza dell’altro, di chi ci è più o meno vicino, di chi ci è più o meno “amaro”. Certi che accoglieremo, anche senza accorgercene, un tratto del Dio con noi.

 

…Io sono l’altro, sono quello che spaventa/sono quello che ti dorme nella stanza accanto. Io sono l’altro, quello che il tuo stesso mare/lo vede dalla riva opposta. Io sono tuo fratello. Quello bello. Quelli che vedi sono solo i miei vestiti/adesso vacci a fare un giro e poi mi dici. (Io sono l’altro, Niccolò Fabi)

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