Il filo d’oro della rigenerazione
Chiesa, Editoriali, Il Settimanale, Rubriche

Pubblicato il

1 Aprile 2021
Editoriale

Il filo d’oro della rigenerazione

Messaggio pasquale 2021

 

Le parole non hanno sempre lo stesso suono nel corso della vita. È vero che le lettere e le sillabe sono uguali e la pronuncia è la stessa; ma dire “salute” quando tutto va bene, o dirlo durante una grave malattia, ha un peso ben diverso; parlare di “morte” durante una lezione di filosofia, oppure di fronte a un grave lutto, produce stati d’animo differenti. Esteriormente non cambia nulla, ma nel cuore cambia tutto. Più andiamo avanti negli anni e maggiore importanza diamo alle parole; e quelle che da ragazzi pronunciavamo con tanta facilità e leggerezza, come “amicizia”, “amore”, “affetto” – per fermarci alle più importanti – si caricano a poco a poco di risonanze, Erio Castellucci, vescovo delusioni e richiami; perché nel trascorrere del tempo si caricano di volti e si riempiono di esperienze.

Chissà che suono avrà quest’anno la parola “speranza”, la promessa racchiusa nella Pasqua, che per i credenti è la vittoria della vita sulla morte, lo squarcio di luce riaperto sulle tenebre; e per tutti è il rifiorire della natura, la rivincita del giorno sulla notte. Tempo di speranza, dunque: ma come distinguerla dall’illusione? Un anno fa si stava indebolendo un hashtag lanciato in Italia all’inizio della pandemia: #andràtuttobene; slogan apparso sempre meno credibile, di fronte all’aumento continuo dei morti a causa del covid-19.

Già a Pasqua 2020 erano circa 20.000, ora, che sono quasi 100.000 in più, nessuno osa ripetere quell’auspicio: suonerebbe beffardo e quasi offensivo verso i defunti e i loro cari e verso i milioni di contagiati. Si è dimostrata una speranza illusoria, vana e campata per aria. Che suono può avere, allora, in questa nuova Pasqua, la parola “speranza”? Come evitare un’altra illusione? Possiamo abbinarla semplicemente all’auspicio della guarigione e della “immunità di gregge”? Certo, tutti speriamo – e lo speriamo davvero – che nei prossimi mesi la pandemia si arresti e la vita sociale riparta; tutti speriamo che le profonde ferite di chi è stato colpito dal lutto e dalla malattia, dall’angoscia e dalla povertà, si possano a poco a poco curare e rimarginare; tutti speriamo che questa esperienza ci insegni ad essere più attenti all’essenziale e meno al superfluo, più appassionati alle relazioni e meno alle polemiche. Ma la speranza pasquale non è solo “ottimismo”; non è solo “rilancio” e nemmeno solo “progetto”: è “rigenerazione”, cioè “nuova nascita”. Dobbiamo prendere atto che qualcosa è morto. Gesù non ha aggirato il sepolcro, ma vi ha dimorato. Noi non possiamo fondare la nostra speranza sulla circonvallazione della tomba; è un passaggio inevitabile.

La speranza pasquale non può avere il suono dell’illusione, tanto più oggi che siamo tutti disincantati e provati. Deve avere il suono realistico della rigenerazione: insieme a molte persone, sono morti anche i deliri di onnipotenza e i miraggi di facile e duraturo benessere. Dalle ceneri deve rinascere qualcosa, prendendo atto di ciò che è morto; dobbiamo ripartire, certo, ma non continuando a vivere come prima – con tante ingiustizie, superficialità e risentimenti – ma lasciandoci purificare dall’esperienza del sepolcro. Per i cristiani, l’ultima parola non è morte, ma vita. Una vita che durerà per sempre e sarà piena nella misura dell’amore che avremo vissuto nell’esistenza terrena. È diffusa l’immagine del kintsugi, la tecnica giapponese della riparazione con l’oro. Quando si rompe un vaso di ceramica, invece di gettare via i cocci, c’è chi li incolla insieme con un filo di oro liquido, ottenendo un oggetto artistico, un pezzo unico a motivo dell’irregolarità dei frammenti e prezioso in ragione dell’oro.

Il filo d’oro che dà senso alle nostre giornate, che mette insieme artisticamente i pezzi della nostra vita e raccoglie le ferite, impreziosendole, è l’amore donato e ricevuto. È l’amore che tiene insieme i pezzi della nostra vita, che cuce le nostre ferite. Solo l’amore rigenera: se sapremo testimoniare con la vita la capacità rigenerante dell’amore, se sapremo raccogliere i cocci delle nostre fragilità e legarli insieme con il filo d’oro dell’amore, accenderemo anche in questa Pasqua una luce che perfora il buio della morte, un riflesso di quell’oro prezioso che è l’amore di Cristo, uscito rigenerato dal sepolcro.

+ Erio

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