Quando
In punta di spillo, Rubriche
Pubblicato il Aprile 8, 2021

Quando la liturgia funebre oscura la redenzione operata da Gesù Cristo

di Bruno Fasani

 

 

Sono i giorni che ci ricordano la vittoria di Cristo sulla morte. Sul tavolo mi arriva una lettera. È di un amico che, per professione potrebbe godere di tutti gli agi possibili e di tanta notorietà. In realtà guarda le cose del mondo e della Chiesa con la discrezione dei servi del Vangelo, tutti dedizione e silenzio. È come se si fosse cucito addosso la pagina di Giovanni dove si racconta la lavanda dei piedi. Se interviene lo fa sottovoce, al solo scopo di fare correzione fraterna. Ama i poveri e conosce il valore della povertà. Perfino il fisiteologici co sembra avergli accordato il privilegio della sintonia con ciò che ha nel cuore e il sentire evangelico. Scarno, essenziale, come se passasse la vita a tacere, pensare e pregare.

Vuole parlarmi delle liturgie funebri in chiesa e scrive: «L’omelia, momento privilegiato per la spiegazione della Parola di Dio, spesso diventa il “locus principale” per lodare le virtù del defunto in ogni aspetto, anche i più intimi e personali. Nessuno, o solo un accenno alla Parola, nonostante i brani scelti siano sempre tra i più profondi e della Bibbia. Poi, alla fine del rito, un ripetersi di interventi di amici, conoscenti, simpatizzanti che, tra lacrime ed applausi, lodano e incensano le innumerevoli virtù del defunto stesso. Sempre più ai funerali partecipano persone lontane anni luce dalla Parola e dal rito e che spesso sentono la lettura del vangelo per la prima volta. Il ricordo è necessario, ma mi sembra che, in primis, vada affermata la centralità della speranza cristiana, della croce e della risurrezione di Cristo».

Leggo e mi interrogo, mentre mi chiedo se queste considerazioni non siano il termometro di una fede che sta vacillando anche dentro i riti religiosi, dentro le mura del tempio dove officiano ministri dalle belle vesti e dagli incensi profumati. E non vuol essere certo un atto di accusa, quanto un campanello di allarme davanti al franare lento e silenzioso del terreno teologico sul quale si costruiscono l’ossatura della fede e le ragioni della speranza. Prospero d’Aquitania nel V secolo dopo Cristo disse, con geniale intuizione, che la lex orandi diventa inevitabilmente la lex credendi. Da come si prega e si celebra così si finisce per credere. Una verità sacrosanta che mette a nudo come una liturgia funebre che si trasforma in apologia del defunto, finirà inevitabilmente per banalizzare sia il mistero della morte così come la redenzione operata da Cristo.

Dietro l’apparente bonomia e umanità con cui si decantano le virtù del defunto si nasconde in realtà una sottile cultura pelagiana, in cui sono le nostre opere a salvarci, più che il sacrificio redentore e la misericordia del Signore. L’applauso che spesso accompagna questi interventi traduce, sia pure nella buona fede delle intenzioni, una verità incontestabile: questa persona è stata talmente di valore che non ha bisogno di un Dio che la salvi.

Va da sé che non è così, oltretutto con il rischio neppure tanto remoto, di mettere in piedi celebrazioni in cui il “tribunale” degli uomini decide preventivamente per morti di serie A ed altri di serie inferiori, creando un solco tra coloro che hanno la claque e quelli che non possono avere neppure il conforto di una lacrima.

Le antiche icone bizantine che ci raccontano la Risurrezione, ci mostrano il Cristo, in vesti sfolgoranti, chino a guardare nell’abisso della miseria, dove Adamo dalla barba bianca ha accanto Eva dalle mani innalzate in attesa della liberazione. Le porte sono scardinate e divelti i chiavistelli che le tenevano sigillate. Qui sta il mistero del peccato, della morte e della nostra redenzione. Il resto è moda, abbellita di pietà, che non sempre coincide con la fede.

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