Manifattura Riese: futuro incerto per i 46 dipendenti
Attualità, Carpi, Territorio

Pubblicato il

27 Aprile 2021

Manifattura Riese: futuro incerto per i 46 dipendenti

Presidio-sciopero dei lavoratori innanzi allo stabilimento: "Chiediamo chiarezza sulla ventilata cessione dell'azienda, trasparenza nell’uso della cassa integrazione e la riapertura di un tavolo di trattativa”

I dipendenti della Manifattura Riese al presidio-sciopero

 

“Chiediamo chiarezza su quello che sarà il nostro futuro, maggiore trasparenza nell’uso della cassa integrazione e la riapertura di un tavolo di trattativa”. Questo l’appello unanime dei 46 dipendenti, per la maggioranza donne, della Manifattura Riese di Carpi legata da anni al marchio “Navigare”, che si sono trovati stamattina innanzi ai cancelli dello stabilimento di via Copernico 2, per uno sciopero con presidio della durata di quattro ore.

“Come molte realtà del settore, versa in una crisi produttiva e finanziaria rilevante, alimentata dalla prolungata chiusura dei negozi a causa del Covid – spiega Stefania Severi, Rsu e da 29 anni dipendente della Riese -. Tuttavia, siamo venuti a conoscenza che l’azienda da alcune settimane ha intrapreso trattative per la propria cessione senza dare alcuna informazione né alle Rsu presenti in azienda né alla Filctem Cgil con la quale c’è sempre stato un minimo di relazioni sindacali”.

I dipendenti chiedono risposte tu quale sarà il loro presente e futuro: “Ad oggi ci sono 12 lavoratori che dallo scorso anno sono a casa con la Cassa integrazione a zero ore – prosegue Sergio Greco, sindacalista Filctem Cgil – e non è mai stata concessa loro la possibilità di una rotazione. Vogliamo chiarezza dalla proprietà (da circa 5 anni come socio di maggioranza c’è un Fondo societario d’investimento) che risulta irreperibile e non riusciamo ad avere un confronto.

Tutto ciò preoccupa molto le maestranze che da un momento all’altro potrebbero trovarsi uno scenario completamente diverso e di fronte ad un futuro più incerto che mai. A questo si aggiunge un uso discriminatorio della cassa integrazione che dal marzo 2020 ha visto restare a casa a zero ore molte lavoratrici e lavoratori.

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