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Editoriale - Riprendersi la vita perduta

L’impatto della pandemia sul sistema salute, gli investimenti, ospedali vecchi e nuovi

di Luigi Lamma

 

Riprendersi la vita perduta

 

Il bollettino quotidiano che le autorità sanitarie diffondono sull’andamento della pandemia in termini di contagi, ricoveri e decessi va di pari passo ai dati sull’andamento della campagna vaccinale e della progressiva apertura a fasce di età sempre più giovani.

Alle informazioni fornite dalle fonti ufficiali, ministero della salute, regione, aziende sanitarie…si aggiungono poi le opinioni degli esperti, i commenti dei politici, le reazioni della gente… Si è parlato, con valide ragioni, di infodemia, che ricorrendo alla definizione della Treccani consiste nella “circolazione di una quantità eccessiva di informazioni, talvolta non vagliate con accuratezza, che rendono difficile orientarsi su un determinato argomento per la difficoltà di individuare fonti affidabili”. Detto che il ricorso a “fonti affidabili” riguarda la responsabilità di ogni cittadino in ogni settore della vita pubblica e sociale, l’infodemia in tempo di covid un effetto negativo l’ha sicuramente prodotto: instaurando un clima emergenziale ha fatto perdere l’orizzonte in cui si colloca la battaglia contro l’epidemia che resta principalmente quello della sanità pubblica.

Dopo quindici mesi vissuti in questo tunnel è opportuno iniziare a valutare gli effetti dell’emergenza covid non solo in termini economici ma anche sul sistema salute che si misura sostanzialmente nella maggiore o minore speranza di vita conquistata grazie all’efficacia dei sistemi sanitari. Ecco perché è importante cominciare a prendere sul serio i primi studi che si pongono questi obiettivi come Rapporto Osservasalute 2020 – Stato di salute e qualità dell’assistenza nelle Regioni italiane, presentato nei giorni scorsi.

Il Rapporto, giunto alla XVIII edizione e curato dall’Osservatorio nazionale sulla salute nelle Regioni italiane che opera nell’ambito di Vihtaly, spin off dell’Università Cattolica, fornisce annualmente i risultati del checkup della devolution in sanità, ma per la seconda volta offre anche quest’anno un focus sulla pandemia. Su questo punto in particolare cosa emerge dal Rapporto: da febbraio 2020 si sono registrati oltre 4 milioni 234 mila contagi e oltre 126 mila decessi legati alla pandemia da Sars-CoV-2, divenuta in 15 mesi seconda causa di morte dopo i tumori e prima delle cardiopatie ischemiche.

Il totale dei decessi verificatisi nel 2020 è di oltre 746 mila: un numero decisamente elevato osservando lo storico dell’ultimo decennio, con un incremento di oltre 101 mila decessi rispetto all’anno precedente che ha comportato una sensibile riduzione della speranza di vita della popolazione italiana. In particolare il Covid-19 ha bruciato in poco più di un anno l’aspettativa di vita alla nascita guadagnata negli ultimi 10 anni. A livello nazionale la variazione tra il 2019 e il 2020 di questo indicatore è stata pari a -1,4 anni per gli uomini e -1,0 anni per le donne.

Certo è crollato il Pil, sono diminuiti i consumi, c’è preoccupazione per l’occupazione ma “la riduzione della speranza di vita” è un parametro che richiede immediate risposte in controtendenza rispetto al passato. Ovvero uscire per quanto riguarda il sistema sanitario nazionale dalla logica dei risparmi di spesa per avviare un tempo di investimenti mirati in ricerca e innovazione per adottare soluzioni capaci di dare risposte immediate al bisogno di salute dei cittadini così profondamente compromesso dagli effetti della pandemia.

Bene ci si chiederà, grazie per le informazioni, ma questo processo può forse partire dalla periferia piuttosto che dal livello centrale? E’ opportuno richiamare questo scenario nel momento in cui si concretizza con sempre maggiore consistenza il progetto del nuovo ospedale di Carpi e sempre si discute del riassetto della rete ospedale-territorio a livello provinciale. Occorre pensare a queste opere non più come necessari ammodernamenti ma come investimenti essenziali e prioritari anche per le amministrazioni locali, primi attori nel restituire alla sanità pubblica il compito di invertire la rotta e andare presto al recupero di mesi e anni di aspettativa di vita bruciati dalla pandemia.

Ecco perché anche le pur legittime preoccupazioni per l’impatto sull’ambiente (consumo di suolo) di queste grandi opere avanzate dalle associazioni ambientaliste andrebbero ora indirizzate non tanto sull’individuazione di un sito alternativo ma sulla qualità e sulla effettiva eco-sostenibilità dei criteri di edificazione che concorrono anch’essi a preservare il creato e accrescere il bene salute.

https://www.osservatoriosullasalute.it/rapporto-osservasalute

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