Le coscienze dei ragazzi non rifiutano il Vangelo, ma i nostri tradimenti
Il Settimanale, In punta di spillo, Rubriche

Pubblicato il

17 Giugno 2021

Le coscienze dei ragazzi non rifiutano il Vangelo, ma i nostri tradimenti

 

Ho negli occhi gli occhi dei tanti ragazzi cui ho amministrato la Cresima in questi ultimi tempi. Sono occhi che raccontano speranza, come speranza raccontano le aspettative dei loro genitori che li hanno portati all’appuntamento pensando al bene del loro futuro. Eppure non sempre nel sentire comune aleggia questa speranza. Soprattutto da un punto di vista religioso. Ormai si dà per scontato che ci troviamo davanti alla prima generazione incredula, ossia la prima volta da duemila anni a questa parte, in cui si è interrotta la pratica religiosa. Non vanno più in chiesa si afferma sconsolati, lasciando intendere che per la prima volta nella storia mancherà l’anello per tramandare al futuro le nostre radici cristiane.

Sarà anche vero ma ad essere crudamente lucidi, bisognerebbe parlare non di prima generazione incredula, ma di seconda o terza. È dal ‘68 che il distacco ha cominciato a farsi sentire e oggi i ragazzi sono il frutto di chi da tempo ha scelto di mettere Dio ai margini. Figli dell’indifferenza, verrebbe da dire. Nonostante questo vedo gli occhi dei ragazzi e mi torna dentro la speranza. Li ho visti vivi, partecipi. Tutti. È vero che sono refrattari alla pratica sacramentale e alla liturgia domenicale, ma alzi la mano chi da ragazzo non ha provato la stessa voglia di farne a meno. Solo che un tempo ti obbligavano e obbedire era un dovere ineludibile.

Comunque sia, non è vero che i ragazzi siano insensibili al fatto religioso. Magari lo saranno da un punto di vista statistico, per quanto riguarda la partecipazione alla Messa, ma non lo sono affatto dentro le loro acerbe coscienze. E questo mi è risultato maggiormente evidente coi ragazzi più avanti negli anni, quelli di prima superiore, per capirci. Se abbassare l’età in cui amministrare il sacramento può risultare strategico per non perderli subito dopo, ritengo che l’appuntamento meriterebbe invece di essere vissuto quando la responsabilità comincia a farsi largo in maniera più adulta nelle loro coscienze.

Ma tutto ciò presuppone per gli adulti e per la Chiesa un serio esame di coscienza. Cominciando col ripensare alla cultura in cui li abbiamo immersi. Una cultura che li tradisce nel momento stesso in cui insinua loro l’idea che la gioia sia acquisibile attraverso il potere di acquisto. Ragazzi cresciuti col bancomat, per gratificazioni effimere, destinate a durare fintanto che il desiderio non programma nuove aspettative. Questo si traduce di fatto in una rinuncia a formare la loro coscienza, come qualcosa di superfluo, sapendo invece che è dal cuore che fiorisce la gioia, come la disperazione. È significativo che si sia passati dal confessore allo psicologo, formatore morale il primo, medico delle patologie dell’animo il secondo. Abbiamo insegnato alle nuove generazioni a camminare con una gamba sola, quella dell’esteriorità, fisica e consumistica, ignorando, come se fosse irrilevante, il motore interiore per spingere in avanti l’esistenza.

Ma c’è anche una precisa responsabilità da parte della Chiesa, e quando parlo di Chiesa mi riferisco a chi deve gettare il seme della Parola. Non è vero che i ragazzi non sanno ascoltare. Non ascoltano più i luoghi comuni teologici, le “pizze” moralistiche senza il respiro della libertà evangelica. Non ascoltano le nostre mancanze di entusiasmo e il pessimismo sfiduciato di chi sembra gettare rassegnato ogni giorno la spugna. Il Regno di Dio è un piccolo seme… Saperlo gettare e soprattutto sapere dire con attualità le potenzialità che contiene è la condizione perché i giovani tronino a sentire il fascino del Vangelo e la ragione della nostra speranza nella loro risposta.

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