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«Signore, da chi andremo?»

Commento al Vangelo di don Carlo Bellini - Domenica 22 Agosto 2021

«Signore, da chi andremo?»

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 6,60-69)

In quel tempo, molti dei discepoli di Gesù, dopo aver ascoltato, dissero: «Questa parola è dura! Chi può ascoltarla?». Gesù, sapendo dentro di sé che i suoi discepoli mormoravano riguardo a questo, disse loro: «Questo vi scandalizza? E se vedeste il Figlio dell’uomo salire là dov’era prima? È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che io vi ho detto sono spirito e sono vita. Ma tra voi vi sono alcuni che non credono». Gesù infatti sapeva fin da principio chi erano quelli che non credevano e chi era colui che lo avrebbe tradito. E diceva: «Per questo vi ho detto che nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre».

Da quel momento molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui. Disse allora Gesù ai Dodici: «Volete andarvene anche voi?». Gli rispose Simon Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio».

 

Commento

Concludiamo questa domenica la lettura del capitolo 6 del vangelo di Giovanni. Era iniziato con la moltiplicazione dei pani e dei pesci, a cui era seguito un discorso di Gesù prima rivolto alla folla, poi ai giudei che non capivano e mormoravano. Gesù arriva a fare affermazioni molto importanti: «io sono il pane di vita» e «chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna, e io lo risusciterò nell’ultimo giorno».

Negli ultimi versetti del capitolo l’attenzione si concentra sui discepoli, i Dodici e altri, e sulla loro reazione alle parole di Gesù. Si tratta di un passaggio decisivo per capire chi ha il coraggio di proseguire il cammino con Gesù. Ci sono anche qui parole fortissime. Alcuni discepoli dicono che il parlare di Gesù è duro, e ora si applica anche a loro il termine mormorare, tipico del popolo che si lamenta nel deserto. Gesù dal canto suo parla di scandalo e rivela di essersi reso conto che tra i discepoli ci sono alcuni che non credono.

Restiamo per un attimo su questa clamorosa affermazione. Tra quelli che camminano con Gesù, che cioè hanno lasciato tutto e si sono messi alla sequela, nel gruppo ristretto dei discepoli (che era più grande di quello dei dodici), ci sono alcuni che pur avendo visto i miracoli, gli esorcismi, i discorsi di Gesù, pur avendo sentito il suo sguardo amoroso su di loro, tuttavia non credono. E infatti al v.66 si dice che «molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui».

Duro: in greco skleros. Le parole di Gesù sono dure, forse anche con una sfumatura che può voler dire fantasiose, incredibili. La stessa radice greca è usata per “durezza di cuore” (sklerokardia).

Ci accorgiamo qui, come del resto in altri passi dei vangeli, che Gesù non era irresistibile. Cioè era possibile incontrare Gesù e conoscerlo da vicino senza rimanerne affascinati o comunque senza arrivare a prendere una decisione matura e definitiva di stare dalla sua parte. Probabilmente allora come oggi ci sono motivazioni che portano a seguire Gesù e a dirsi credenti che sono ambigue, cioè un miscuglio delle tante istanze che abitano il cuore dell’uomo; il salmo direbbe che il cuore dell’uomo è un abisso (Sal 63,7).

Tornando al testo di oggi ci chiediamo: perché alcuni discepoli se ne vanno? Il discorso di Gesù a commento del miracolo della moltiplicazione è stato tellurico, ha fatto tremare la terra sotto i piedi, cioè ha smosso le motivazioni sulle quali era basata la sequela. Quando Gesù dice «chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui», con tutti i riferimenti, che il lettore ben comprende, alla sua morte e resurrezione, rende chiara la sua richiesta di una solidarietà con uno stile di donazione radicale. Non c’è più spazio per una religione che mi serve e che possa essere vissuta come stampella del mio desiderio di essere qualcuno. Poi Gesù aggiunge due frasi che in un attimo, come una razzo sparato in mare nella notte, cambiano la prospettiva da cui guardare il mondo: «È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla» e poi «nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre».

Dire che la carne non giova a nulla non significa che la realtà terrena sia insignificante, prospettiva lontanissima dal pensiero di Gesù, ma che ha bisogno di altro per esprimere le sue potenzialità. L’unico modo di rendere viva la carne, di fare della vita un luogo vitale, è aprirsi al dono dello Spirito. Ciò che assolutamente ci è necessario viene da fuori, è un dono e ci invita a vivere una vita donata. In altri termini l’uomo non può produrre da solo nessun senso per la sua vita e ancor di più nessun senso religioso. Ma l’esperienza del senso lo raggiunge ed è accolta da chi, avendo accolto prima la sua personale indigenza, ne sente il bisogno. È chiaro come tutto questo ci parla dell’amore e di come solo questa esperienza può vivificare la carne dell’uomo.

Il brano termina con Gesù che chiede ai Dodici se anche loro vogliono andarsene, se anche loro sono frustrati dall’ambiguità di una vita che non può mai riposare nel possesso definitivo di una certezza, ma che deve imparare a ricevere per sempre la vita come un dono. Pietro a nome di tutti dice «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna». Pietro ha capito che solo stare con Gesù, lungi dal narcotizzare l’esistenza, apre ad un potenziale di vita promettente per il futuro e per sempre. Pietro forse ha già superato la prospettiva tradizionale del messianismo regale, non gli interessa più trovare un messia potente, ma ora vede il Santo di Dio, che porta santità nel mondo, cioè pienezza di vita.

Il Santo di Dio: nei sinottici questa espressione è pronunciata da uno spirito immondo in Mc 1,24. Nell’Antico Testamento l’espressione il Santo di Dio è usata per indicare gli uomini consacrati a Dio.

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