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Il Settimanale, In cammino con la Parola, Spiritualità
Pubblicato il Settembre 15, 2021

«Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me»

Commento al Vangelo di don Carlo Bellini - Domenica 19 Settembre 2021

 

Dal Vangelo secondo Marco (Mc 9,30-37)

In quel tempo, Gesù e i suoi discepoli attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse. Insegnava infatti ai suoi discepoli e diceva loro: «Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà». Essi però non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo. Giunsero a Cafàrnao. Quando fu in casa, chiese loro: «Di che cosa stavate discutendo per la strada?». Ed essi tacevano. Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse più grande. Sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: «Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti». E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro: «Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato».

 

Commento

Nel vangelo di Marco Gesù, durante il viaggio che lo condurrà ai giorni della sua passione e resurrezione, annuncia ai discepoli gli avvenimenti che li attendono a Gerusalemme. Il racconto è scandito da tre annunci solenni della passione ai quali seguono le reazioni dei discepoli e discorsi di Gesù. In questa domenica ascoltiamo il secondo, il più essenziale: «Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà».

Il vangelo ci dice che gli apostoli «non riconoscevano la parola » (il verbo è agnoeo), cioè non si accorgevano, o facevano finta di non accorgersi, che per la seconda volta Gesù cercava di dirgli qualcosa di fondamentale. Perché la Parola in loro non faceva breccia? Possiamo immaginare fossero fuorviati dalle loro idee sul messia, che fossero distratti da altri interessi come riferisce subito dopo il racconto, ma forse era davvero difficile capire quello che Gesù stava dicendo. I discepoli avevano lentamente accolto l’idea che fosse il salvatore mandato da Dio, il figlio di Dio, e ora come potevano concepire la sua morte violenta? E la resurrezione poi?

L’incomprensione dei discepoli ci sorprende solo se non abbiamo mai preso sul serio la morte di Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo. Le nostre parole non possono esaurire la densità di quegli eventi di salvezza. Fatto sta che nella logica del racconto di Marco, dopo il secondo annuncio della passione, i discepoli regrediscono, diventano meno reattivi: dopo il primo annuncio Pietro aveva ten- tato una reazione, ora hanno paura anche solo a chiedere spiegazioni. Il mutismo dei discepoli è segno di un assopimento spirituale. Lo stesso che ci prende quando anche noi diamo per scontata la nostra fede, preferiamo non farci domande e non chiediamo al Signore di entrare più profondamente nella contemplazione del suo mistero.

Chiaro segno di assopimento spirituale è la discussione dei discepoli lungo il cammino. Anche qui davanti alla domanda di Gesù gli apostoli tacciono, quasi incapaci di reagire. In pratica stavano chiacchierando animatamente su chi fosse il più grande, mostrando così di essersi abbandonati a una superficialità ormai lontanissima dalla profonda autenticità di Gesù. Gli apostoli hanno lasciato tutto per seguire Gesù ma cedono alla tentazione di ridimensionare il regno secondo delle prospettive mondane. La domanda su chi è più grande nasconde un io che non vuole mettersi da parte e che cerca di dominare anche attraverso le dinamiche del Regno.

Gesù è molto paziente, si siede nell’atteggiamento del vero maestro e ancora una volta cerca di allargare il cuore dei suoi amici. Prima con un detto sul servizio. La propria realizzazione non può avvenire con spirito di contesa e sopraff azione. Vale anche per noi: giungeremo realmente a noi stessi non sfruttando i fratelli ma crescendo con loro. Questo stile deve animare la nostra vita nei rapporti quotidiani, dove forme anche molto sottili di desiderio di dominio sono sempre in agguato. Nella comunità dei credenti poi è vitale riuscire a vivere un autentico spirito di servizio per non tradire nei fatti il vangelo che annunciamo a parole.

Negli ultimi versetti Gesù compie un gesto simbolico molto forte che vale più di mille parole: mette un bambino in mezzo al gruppo dei discepoli e lo abbraccia. Pare che la sapienza rabbinica mettesse in guardia dal perdere tempo con i bambini che comunque in generale a quel tempo non avevano alcuna rilevanza sociale. Il gesto di Gesù invita a occuparsi degli ultimi e le parole che lo accompagnano aggiungono un signifi cato teologico: chi va incontro agli ultimi in realtà incontra Gesù e il Padre che lo ha mandato. Il vangelo di Matteo sarà ancora più chiaro nella descrizione del giudizio finale (Mt 25,3146): «tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me».

Servo: la parola servo ha molti usi nella Bibbia. Nel brano di oggi indica la cura amorevole dei fratelli in particolare dei più bisognosi. È importante anche nell’autocoscienza di Gesù, ricordiamo il gesto della lavanda dei piedi e le parole: «Il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti» (Mc 10,45).

«Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti»: questo detto è citato con leggere varianti in diversi contesti nei sinottici per ben sei volte, segno che era molto importante per Gesù e per la prima comunità cristiana. Lo si trova in Mc 9,35 e Mc 10,43 (che gli studiosi ritengono il più vicino alle parole di Gesù), in Mt 20,26 e Mt 23,11, in Lc 9,48 e Lc 22,26.

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