Sinodo'
Il Settimanale, Masi cho: grazie mille!, Spiritualità
Pubblicato il Novembre 18, 2021

Sinodo

Servire come ricentramento di sé a partire dai dolori e dalle gioie degli altri, dai quali derivare le priorità della propria quotidiana agenda di vita.

di Luca Baraldi

 

 

30 anni fa la Chiesa nei Territori del Nord-ovest celebrò un grande Sinodo. Fu un momento cruciale per la vita delle piccole e remote comunità cristiane di questa diocesi: la mancanza di preti, che sembrava indicare la fine della vita cristiana, fu colta come occasione per investire nella leadership delle missioni battezzate e battezzati laici, con responsabilità pastorali e liturgiche.

Se per certi versi si può vedere in questa scelta, sostenuta dall’allora vescovo Denis Croteau – ora arzillo e simpaticissimo ottantanovenne pensionato – una forma profetica di realizzazione dei dettati conciliari, dall’altro lato, credo, sia utile soffermarsi su una riflessione che conduca al cuore di questa opzione. Partendo, infatti, dall’attuale condizione delle comunità sparse in questo sterminato territorio artico e sub-artico, emerge un duplice dato condiviso: le ultime tre generazioni sono lontane dalla Chiesa; i leader investiti negli anni 90 non hanno generato figure in grado di sostituirli.

Di fronte a questo ritengo necessario chiedersi: perché? Chiaramente non è possibile trovare in una sola risposta la chiave di comprensione; tuttavia  penso che l’analisi del lessico utilizzato per designare le figure di responsabilità nelle missioni aiuti a chiarire un piccolo “corto circuito teologico” accaduto e, per certi versi, ancora in atto.

La parola usata abitualmente per indicare le donne o gli uomini con un incarico nelle comunità è “LAY LEADERS”. Ora, il concetto di “leadership” che appare connesso con queste figure, fa trasparire in misura troppo limitata, a mio giudizio, l’abbandono reale di un cattolicesimo clericalizzato – secondo l’interpretazione di Papa Francesco di clericalismo, applicabile tanto ad ecclesiastici, quanto a laici – ed insistendo troppo poco su realtà quali: servizio e partecipazione.

In tal senso la festa di Cristo Re, nata, forse, con un’enfasi anacronistica sulla regalità del cosiddetto sacerdozio ordinato (o ministero ordinato, meglio detto), che guida a terminare l’anno liturgico nel segno del servire, del consegnarsi e dello sperare, ci offre spunti di ripensamento.

Servire come ricentramento di sé a partire dai dolori e dalle gioie degli altri, dai quali derivare le priorità della propria quotidiana agenda di vita. Consegnarsi come abbandono della logica di riuscita e successo tipica della mondanità, per partecipare a quella del morire e generare frutti che forse solo altri gusteranno: la logica della croce. Sperare come radicamento in un regno che non è di questo mondo e che è costante ed incondizionato dono dall’Alto.

Credo che per noi qui nella grande e maestosa regione solcata dal fiume Mackenzie, custodita dai monti Nahanni e dalle steppe artiche, dai ghiacci del nord e dalle aurore boreali, la sfida sia quella di ricomprendere, in chiave di servizio, consegna e speranza la proposta della vita evangelica. Ma forse anche da voi questo può risultare utile.

Fra 30 anni qualcuno guarderà indietro e dirà che anche a Carpi, tre decadi prima, si era celebrato un sinodo…e chissà forse le scelte profetiche di servizio, consegna e speranza di oggi saranno frutti che allora qualcuno potrà felicemente gustare.

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