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Natale 2021: l’omelia del vescovo Erio nella messa del Giorno di Natale

Castellucci: “Stiamo comunicando da duemila anni non una buona notizia, ma la buona notizia, il Vangelo”

Natale 2021: l'omelia del vescovo Erio nella messa del Giorno di Natale

 

Nella mattina di oggi, 25 dicembre, il vescovo Erio ha presieduto in Cattedrale a Carpi, la solenne celebrazione del Giorno di Natale.

Un “messaggero di buone notizie” non doveva essere facile trovarlo nei tempi antichi, se il profeta Isaia se ne meraviglia così tanto che – con un’espressione curiosa – loda la bellezza dei suoi piedi.  È pittoresco l’inizio della prima lettura: “Come sono belli sui monti i piedi del messaggero che annuncia la pace, del messaggero di buone notizie che annuncia la salvezza”. Il profeta non si tiene più dalla gioia, ha bisogno di trasmetterla, fatica perfino a trovare le parole per dare la buona notizia. Comunque non solo in Israele, ma anche nella Grecia antica scarseggiavano i messaggeri di buone notizie: è famoso il mito di Cassandra, la profetessa che riusciva a prevedere e comunicare solo delle sventure.

 

Dopo ormai due anni di pandemia, la tentazione di appendere le nostre cetre ai salici e di chiudere la bocca al canto

Ma torniamo al “messaggero di buone notizie”. Isaia riassume queste buone notizie in due parole di grande peso: “pace” e “salvezza”. Nel concreto, si tratta dell’imminente ritorno a Gerusalemme dei deportati in Babilonia, dopo il lungo esilio di oltre mezzo secolo: pace e salvezza dunque lungamente desiderate e conquistate a caro prezzo. Le “buone notizie” in genere sono molto più apprezzate quando emergono da periodi di cattive notizie. E da più di cinquant’anni arrivavano a Gerusalemme solo cattive notizie: riduzione in schiavitù, povertà, maltrattamenti, in una cornice di privazione della libertà. La gioia si era spenta; in quella terra straniera, lontani dalla patria, gli ebrei, come dice un Salmo, avevano appeso le loro cetre ai salici e non potevano più cantare (cf. 137/136). Ecco perché Isaia, appena saputa la buona notizia, esulta e quasi salta di gioia.

Noi abbiamo l’impressione, invece, di essere ancora in esilio: questo tempo sospeso sembra che non passi più. La situazione sanitaria è altalenante in tutto il mondo e viviamo anche noi, dopo ormai due anni di pandemia, la tentazione di appendere le nostre cetre ai salici e di chiudere la bocca al canto. Ma è, appunto, una tentazione. Cedere allo sconforto, spegnere la speranza nel cuore, significa proclamare la vittoria di Cassandra su Isaia. Anzi, su Gesù stesso, che è venuto nel mondo come “luce vera”, ci ha detto san Giovanni nel Vangelo, luce che non è stata vinta dalle tenebre. Di tenebre, del resto, il mondo è pieno. C’erano anche prima di questo virus e ce ne saranno dopo: malattie, ingiustizie, disastri naturali, guerre e violenze di ogni tipo. I messaggeri di sventure, che sono dovunque, le trasmettono e le amplificano, in un bombardamento continuo di cattive notizie, che spesso eccedono il dovere e il diritto di una giusta informazione e scivolano nel gusto di creare emozioni negative, capaci di attirare curiosità e interesse morboso.

C’è tanto bene nel mondo, in mezzo a noi, ma la notizia del bene non circola abbastanza

Una delle sfide, per noi cristiani, è di rendere belli i nostri piedi per farci messaggeri di buone notizie; piedi “belli”, per rendere le buone notizie più interessanti di quelle brutte. “Belli”, i nostri piedi, perché possano correre più veloci e agili di quelli dei profeti di sventura. Stiamo comunicando da duemila anni non una buona notizia, ma la buona notizia, il Vangelo, che comincia con l’annuncio del Verbo fatto carne, della luce in persona che dissipa le tenebre, di un Dio che si scomoda al punto di farsi uomo, di una vita che esiste dall’eternità e che si dona nel tempo, per aprire anche a noi mortali l’eternità. Sappiamo “fare notizia” con questi annunci meravigliosi? Siamo in grado di trasmettere gioia, per contrastare le troppe cattive notizie? C’è tanto bene nel mondo, in mezzo a noi, ma la notizia del bene non circola abbastanza. Però se un neonato, dopo tanti secoli, continua a far parlare di sé e commuove il mondo degli adulti, c’è ancora spazio per la speranza, che è dotata di piedi molto più belli di quelli dello sconforto e della tristezza.

 

 

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