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La triste sceneggiata per eleggere un capo che ci rappresenti

La triste sceneggiata per eleggere un capo che ci rappresenti

Roma, Montecitorio Camera dei Deputati ph SIR – Marco Calvarese

Siamo a venerdì scorso, 28 gennaio 2022. Ancora non è stato rieletto Sergio Mattarella Presidente della Repubblica, Cireneo della politica italiana, al quale diciamo un grande riconoscente grazie insieme alla nostra stima. In mattinata, come fa ormai tutti i giorni un amico, grande elettore, mi aggiorna sull’andamento delle operazioni. È tutta una tiritera, tra una coalizione che dice una cosa e l’altra che dice l’opposto.

In scena va la stoltezza. Il nocciolo del problema, che lo si voglia o no, ruota sempre intorno alla figura di Mario Draghi. Chi non lo vuole dice che deve restare a governare perché è bravo. Ma chi ha testa sa che è una pietosa bugia. Perché, bene che vada, resterà al massimo un anno, fino a nuove elezioni e senza dimenticare che da oltre oceano gli farebbero da subito ponti d’oro pur di averlo come consu- lente ed esperto. Temo che il motivo vero sia la paura di mandare in cattedra uno con una tale autorevolezza da mettere in piedi una forma di presidenzialismo di fatto, una stella talmente luminosa da oscurare tutti i lumini tremuli che popolano i partiti.

Assisto al balletto del tira e molla e provo indignazione. Da sette anni sapevano che dovevano eleggere il nuovo presidente e ora sono qui a cincischiare senza sapere quello che vogliono. Anzi dimostrano solo di non volere. Da un mese sapevano che sarebbe iniziato tutto il giorno 24 e ora sono qui a fare veglie, come monaci tibetani, perché non sanno dove parare. Come se uno si iscrivesse ad una maratona e poi, al giorno della partenza, chiedesse il rinvio della manifestazione, perché deve chiarirsi le idee. Capisco perché a Roma per sostituire un candidato in Parlamento sia andato a votare solo l’11% degli aventi diritto. La gente si è stancata di sceneggiate.

Mi tornano alla mente le parole di Napoleone, a due secoli dalla morte: «L’amore degli uomini è più forte delle baionette. Un re che non regni sul cuore del suo popolo è niente». Parole talmente vere, che forse è opportuno non lasciar parlare il cuore degli italiani per dire quello che pensano, convinti, come diceva Montesquieu, che certa politica ha finito per tagliare l’albero alle radici, per prenderne i frutti, ma prosciugando di fatto anche la terra.

Sarà opportuno ricordare ai nostri parlamentari, se mai li incontreremo finita la sagra, che qualche volta il popolo meriterebbe di più da chi lo rappresenta, anche solo in fatto di stile. La gente con un posto di lavoro, se va bene a 1200 Euro o poco più al mese, che parte da casa al mattino col buio e vi ritorna quando già il sole è a dormire. Quella che gira e rigira le bollette tra le mani, perché non sa come far fronte ai rincari. Che ha una pensione che consente di pasteggiare a pane e latte. Che fa benzina con le venti Euro, perché ha l’impressione di spendere meno. Quel popolo, che vedendo i buontemponi che lo governano non sente più la voglia di appartenere ad una Nazione. Ma soprattutto che, piano piano, finisce per imparare, copiando, a scaltrirsi, facendosi gli affari propri.

Sotto i riflettori delle telecamere, che per giorni hanno dato lustro anche ai dislessici, con tutto il rispetto per quelli veri e non pagati, i grandi elettori ci hanno dato da bere che volevano scegliere il meglio del meglio. In realtà a pungere il sedere era la paura di perdere vantaggi e privilegi. Che si intenda quelli del king maker, ossia il potere di chi fa il gallo nel pollaio delle coalizioni, che si tema di non arrivare a settembre col governo così da non maturare la pensione o che si tema di perdere posti e privilegi nell’Italia che paga… tutto rimanda alla logica dell’interesse privato. Gran brutta storia se l’anima della democrazia si riduce a questo.

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