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Visitare e consolare: una missione per tutti

Intervista a don Jean-Marie Vianney Munyaruyenzi, parroco di Cividale di Mirandola, assistente dell’Unitalsi e cappellano dell’ospedale di Mirandola.

Visitare e consolare: una missione per tutti

Don Vianney e Marietta Di Sario dell’Unitalsi davanti alla grotta di Lourdes

Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso (Lc 6,36). Porsi accanto a chi soffre in un cammino di carità” è stato il tema della Giornata mondiale del malato 2022, una ricorrenza istituita trent’anni fa da Giovanni Paolo II e fissata all’11 febbraio, festa della Beata Vergine Maria di Lourdes, per sensibilizzare il popolo di Dio, le istituzioni sanitarie e la società civile all’attenzione verso i malati e verso quanti se ne prendono cura.

Fresco di nomina a cappellano dell’ospedale Santa Maria Bianca di Mirandola, ma con alle spalle una consolidata esperienza come assistente dell’Unitalsi di Carpi, e ora anche di Modena, don Jean-Marie Vianney Munyaruyenzi, parroco di Cividale, offre alcuni spunti di riflessione sulla “vicinanza fraterna” ai malati.

“Nel Credo – afferma il sacerdote – professiamo che Gesù ‘per la nostra salvezza discese dal cielo’. Si parla della salvezza dell’essere umano, corpo e anima. Gesù Cristo si è fatto Uomo, è morto ed è risorto per la liberazione dell’uomo e tutto l’uomo. Dunque, l’attenzione della Chiesa ai malati affonda le proprie radici fino alle origini della vicenda stessa della comunità cristiana, e anche oltre”.

Don Vianney, nel messaggio di Papa Francesco per la Giornata mondiale del malato di quest’anno si sottolinea appunto che Gesù “percorreva tutta la Galilea” “guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo” (Mt 4,23). Perché questa attenzione particolare di Cristo verso i malati, al punto che diventa anche l’opera principale nella missione degli apostoli, mandati dal Maestro ad annunciare il Vangelo e curare gli infermi?

Per rispondere, basterebbe leggere già l’Antico Testamento con la storia di Giobbe o il Libro di Tobia, dove un figlio, accompagnato da un angelo – Raffaele, che diverrà tradizionalmente il protettore dei malati – opera per compiere la guarigione della sposa e del padre. Gli ospedali, i luoghi dell’accoglienza dei poveri malati appartengono alla tradizione cristiana fin dai primordi: la malattia è centrale nei vangeli e l’attenzione verso chi soffre permea la vita stessa di Gesù. Dai primi secoli, di conseguenza, l’assistenza ai malati gravi e moribondi fu una delle grandi attività delle comunità cristiana.

Tanti fondatori delle Congregazioni religiose, pensiamo a San Camillo de Lellis, tanti missionari hanno accompagnato l’annuncio del Vangelo con la costruzione di ospedali, dispensari e luoghi di cura, delle “locande del buon samaritano”. La mia missione come cappellano dell’ospedale e assistente dell’Unitalsi si iscrive in questo mandato dal Maestro, annunciare il Vangelo e stare accanto a chi soffre in un cammino di carità e di misericordia. Spesso quando si parla della visita ai malati o agli infermi si pensa subito alle condizioni di malattia del corpo, e meno a quelle interiori, “spirituali”. Ecco allora l’importanza di queste opere di misericordia: visitare gli infermi e consolare gli afflitti.

Scrive ancora il Papa: “la misericordia di Dio ha in sé sia la dimensione della paternità sia quella della maternità (cfr Is 49,15), perché Egli si prende cura di noi con la forza di un padre e con la tenerezza di una madre, sempre desideroso di donarci nuova vita nello Spirito Santo”. Come commentare queste parole del Santo Padre?

La parola “misericordia” vuol dire un cuore aperto, attento, sensibile alla miseria e alla povertà dell’altro. Papa Benedetto XVI ha detto che la misericordia è in realtà il nucleo centrale del messaggio evangelico, è il nome stesso di Dio, il volto con il quale Egli si è rivelato nell’antica Alleanza e pienamente in Gesù Cristo, incarnazione dell’Amore creatore e redentore. Questo amore di misericordia illumina anche il volto della Chiesa e si manifesta sia mediante i sacramenti, sia con le opere di carità, comunitarie e individuali.

Tutto ciò che la Chiesa dice e compie manifesta la misericordia che Dio nutre per l’uomo. Contemplando il Crocifisso scopriamo il Dio che ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio Unigenito (Gv 3, 16), “Cristo che ha portato su di sé il dolore del mondo”. La comunità cristiana, Corpo di Cristo, è segno della presenza di Cristo oggi, che continua l’opera del Maestro, “segno delle mani misericordiose del Padre”.

Nella nuova ondata di covid-19 in corso, Papa Francesco ricorda in particolare “i numerosi ammalati che hanno vissuto nella solitudine di un reparto di terapia intensiva l’ultimo tratto della loro esistenza, certamente curati da generosi operatori sanitari, ma lontani dagli affetti più cari. Ecco, allora, l’importanza di avere accanto dei testimoni della carità di Dio che, sull’esempio di Gesù, misericordia del Padre, versino sulle ferite dei malati l’olio della consolazione”. Qual è la sua esperienza al riguardo? Le limitazioni alla vicinanza “fisica” per le norme anticovid non rischiano di isolare ancora di più i malati?

Ha ragione il Papa quando afferma che il malato è più importante della sua malattia, è allora importante trattarlo sempre come persona portatrice della propria dignità. La mia visita ai malati si fa tenendo conto delle norme anti covid che sono sì un limite alla vicinanza “fisica” ma la presenza stessa di fronte al malato è già un incontro, che va quindi oltre le barriere, che permette di ascoltare l’altro, la sua storia, le sue ansie, paure, preoccupazioni, per essere poi consolato e fargli sentire la vicinanza. Qualcuno da casa, impossibilitato a fare visita al parente ammalato, mi telefona per chiedermi le notizie del parente o fare visita per lui.

Si legge infine nel messaggio del Santo Padre: “Vorrei ricordare che la vicinanza agli infermi e la loro cura pastorale non è compito solo di alcuni ministri specificamente dedicati; visitare gli infermi è un invito rivolto da Cristo a tutti i suoi discepoli”. Non trova che questo invito abbia bisogno di essere ribadito nelle nostre comunità, immerse “in un tempo nel quale è diffusa la cultura dello scarto e la vita non è sempre riconosciuta degna di essere accolta e vissuta”?

Nel tempo dell’attesa del ritorno glorioso di Cristo come Giudice che si è identificato con gli ultimi – affamati, assetati, ammalati, stranieri…-, lo si incontra nei “crocifissi” di oggi. Alle comunità cristiane c’è da ricordare sempre questo messaggio di Cristo che è stato “compassionevole, lento all’ira e grande nell’amore” senza mai dimenticare che “alla sera della vita saremo giudicati sull’amore”, ci sarà chiesto quanto abbiamo amato.

Un invito ad avere un cuore sensibile ai bisogni, alle povertà dell’altro; un occhio attento cominciando dai propri familiari, dai vicini di casa. Pensiamo a quante persone hanno aiutato durante il lockdown, anche solo a fare la spesa per gli anziani, le persone sole; pensiamo alla Caritas, agli scouts, all’Unitalsi, ai gruppi dei volontari che danno una mano. A ciascuno di noi si rivolge l’invito a farci vicini concretamente alle persone ammalate o anziane, sole, che “vivono a casa e aspettano una visita”, come dice il Papa. Questo messaggio non è indirizzato solo ai cristiani ma all’essere umano come tale, “creato ad immagine e somiglianza di Dio” per realizzare la “vicinanza fraterna”.

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