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Il Settimanale, In punta di spillo, Rubriche
Pubblicato il Marzo 11, 2022

Non scarichiamo sui popoli odio e condanne morali per chi li governa

 

Mi scrive un insegnante, ex collega di qualche decennio fa: «Don, ho bisogno di te. A scuola ho ragazzi dell’Ucraina e della Moldavia. Non puoi immaginare quanta violenza verbale esca dalla loro bocca contro i russi. Mi preoccupa non soltanto l’ipotesi che possano incontrare qualche loro coetaneo, cittadino di Putin, ma soprattutto l’odio che rischia di crescere dentro di loro in maniera irreversibile ». Parole che pesano, pensando a come l’odio possa annidarsi lentamente dentro le coscienze, in maniera irreversibile. Le lacrime del mondo sono fiorite sempre da lì. E penso anche alla cultura del capro espiatorio.

Il mondo è piccolo, ma anche la storia, messa a confronto in sintesi comparativa, è davvero piccola. Gli ebrei caricavano su un incolpevole capro tutto il peso dei loro errori. Poi lo spingevano nel deserto a morire di fame, perché pagasse per tutti. Su di lui scaricavano le colpe, ma soprattutto incanalavano l’aggressività, impedendo di scaricarla sulle relazioni quotidiane. Fatte le debite distinzioni, il pericolo è che oggi si faccia dei russi un nuovo capro espiatorio. Un popolo non si identifica con chi lo governa. Sarebbe come identificare gli italiani con Mussolini e i tedeschi con Hitler.

Sono convinto che nella guerra che si sta consumando a Est dell’Europa, a titolo diverso e con effetti diversi, siano due i popoli ad essere vittime, quello ucraino e quello russo. Se del primo la cronaca ci consegna distruzione, morte e sofferenze indicibili, del secondo ci racconta gli arresti di chi scende in piazza per dire no alla guerra, vecchi e bambini compresi, ma anche l’esodo di molti di loro verso la Finlandia in fuga da una dittatura che non concede sconti.

In Russia non vige né il marxismo, né lo stalinismo, ma il putinismo che, accanto all’ambizione del suo interprete di passare alla storia come un nuovo zar, di fatto vive con angoscia la paura della libertà che governa le democrazie occidentali. È importante, da cristiani, ma anche semplicemente da cittadini, avere il coraggio della fraternità universale, quella che ci insegna a distinguere Erode e Pilato dalla povera gente che sta loro sottomessa. Una lezione importante ci arriva dallo sport, dove spesso si accende qualche luce, capace di riconciliarci ancora con la bontà degli uomini.

Questa volta la stella si è accesa nel mondo del calcio, una macchina che, troppo spesso, finisce per oscurare la grandezza morale dei suoi protagonisti. Siamo a Bergamo, la città orobica dell’Atalanta, dove da anni la Dea come ormai la chiamano, ha stregato il cuore della gente. A raccontarci tutto è Matteo Pessina, calciatore brianzolo, la cui saggezza è inversamente proporzionale all’anagrafe. Così scrive in un post.

«Sarà banale dire che la guerra è sbagliata sempre. Ma se fosse davvero così non saremmo qui, nel 2022, a ribadirlo tutti insieme. Ci penso da giorni, ma non riesco a darmi una risposta. Nel nostro spogliatoio, i due popoli coinvolti in guerra hanno i volti di Ruslan (Malinovs’kyj, ucraino) e Aleksej (Miranchuk, russo). Mali, l’ucraino, è un ragazzo introverso, disponibile e con un carattere forte. Mira, il russo, è un ragazzo semplice, forse il più buono che conosca, timido e con passioni molto simili alle mie. L’altro giorno, mentre la follia della guerra metteva contro Russia e Ucraina, loro a Zingonia, dove facciamo allenamento, si sono abbracciati. E noi ci siamo stretti a loro, come una grande famiglia, e continueremo a farlo in questo momento difficile. Questo è il calcio, quello che unisce ciò che la follia umana prova a dividere». E tutti noi vorremmo unirci, entrando dentro a questo abbraccio, dove la verità dell’uomo è più forte del suo peccato.

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