Educare
Il Settimanale, In punta di spillo, Rubriche
Pubblicato il Aprile 1, 2022

Educare i bambini alla pace dopo che hanno imparato cosa vuol dire la guerra

 

Sono a cena a casa di nipoti. Ci accorgiamo che Emma, sette anni fra un po’, si distrae dai suoi pupazzi per guardare le immagini del telegiornale che arrivano dall’Ucraina. Non occorre essere psicologi per capire che ne è molto colpita. Troviamo il pretesto per chiudere la Tv e parlare di cose buone, ma è evidente che la sua innocenza sta lentamente per essere inquinata dal disinganno.

Non è vero che tutto è bello, che gli uomini sono tutti buoni, che la vita è tutta un’avventura in discesa, come le abbiamo sempre raccontato. Poi, speriamo presto, prestissimo, anzi subito, la guerra tra Russia e Ucraina finirà, ma noi ci troveremo davanti ad un bivio, dovendo spiegare alle nuove generazioni che la vita ci può portare verso la pace o verso la guerra. Non necessariamente quella fatta con le armi. Ci sono guerre che si combattono con le pallottole del rancore, anche dentro casa, con la violenza subdola, mascherata. Penso in particolare a quella sulle donne, praticata non solo fisicamente, ma tanto spesso nel disprezzo del tu non vali niente, nelle umiliazioni davanti ai figli, nelle dipendenze economiche…

Ci sono guerre arrivate dentro alla coscienza di giovani adolescenti, che praticano il male e la violenza senza neppure rendersene conto. Battaglie contro la vita, dentro qualche centro asettico, dove bambini mai fatti nascere non avranno le lacrime e la commozione riservate ai bambini morti di Ucraina.

Come insegneremo ai nostri piccoli la via della pace? Papa Giovanni, san Giovanni XXIII, nella Pacem in Terris, lettera enciclica del 1963, scriveva che la pace fiorisce da una convivenza fondata sulla verità, sulla libertà, sull’amore e sulla giustizia. Se libertà, amore e giustizia sono parole note, benché abusate, più difficile è capire il senso di verità. Mi colpisce sempre e mi commuove quando nel Vangelo mi imbatto nella frase in cui Gesù dice: io sono la verità, la via, la vita. Sono parole di un’umiltà impressionante.

Gesù non dice io ho la verità, che vorrebbe dire una forma di potere. Quello ce lo abbiamo noi quando ci scontriamo con le idee altrui, solo perché diverse dalle nostre. È il potere di chi crede di essere un gradino sopra gli altri, magari perché vende parole di verità dentro omelie senza misericordia, o trancia giudizi, dall’alto di un perbenismo psicologico senza una corrispondente coerenza di vita. Gesù non ha verità. È la verità, fa la verità con il suo modo di vivere. E ci dice che questo modo di vivere è una strada (via) che produce vita, ossia qualità di vita.

Educare alla pace è ben squallida cosa se dovesse ridursi a proclami ideologici, a sfilate politiche mirate a chissà che, a generiche dichiarazioni di intenti. La pace, quella vera, passa dalle coscienze creando un clima di rispetto, di onestà e cordialità. È un frutto che viene dalla benevolenza più che dalla tolleranza. È fatta di compassione, di perdono, dal riconoscere i propri torti e quelli altrui, senza cercare vendette. In definitiva è una pedagogia lunga e paziente in cui si semina dentro il cuore quella tenerezza che ci fa sentire gli altri come parte di noi stessi.

Tra due mesi la Chiesa proclamerà santo Carlo De Foucauld, il grande convertito morto assassinato tra i touareg nel 1916. Qualcuno ha scritto che abbia voluto scegliere il deserto per stare meglio con Dio. Credo, invece, che lui abbia scelto di andarsene dal deserto delle nostre brulicanti città, dove siamo in tanti da soli, per cercare l’incontro umile e semplice con la gente, fratello di tutti a prescindere dalla religione, lingua, razza. Come Gesù anche il suo Vangelo è stato un abitare tra gli altri e per gli altri, diventato egli stesso verità, come il suo Maestro.

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